Quando le parole diventano armi: il potere nascosto del linguaggio
Ci sono parole che descrivono il mondo e parole che, a un certo punto, iniziano a cambiarlo. Parole che entrano nel dibattito pubblico e smettono di essere semplici strumenti per comunicare, diventando vere e proprie armi. È da questa consapevolezza che prende avvio Parole come bombe, incontro con Federico Faloppa e Grace Fainelli, dedicato al potere del linguaggio e alla sua capacità di condizionare il modo in cui guardiamo la realtà.
La prima parola che viene “sganciata”, considerata una vera e propria “parola-bomba”, è woke: un termine arrivato dagli Stati Uniti insieme a espressioni come cancel culture e politically correct, portandosi dietro una storia, una cultura e un pensiero precisi. Una volta approdata in Italia, però, woke è stata progressivamente svuotata, deformata e soprattutto strumentalizzata. Nata nel contesto delle battaglie contro le discriminazioni, la parola è stata trasformata in un’etichetta con cui attaccare proprio quelle istanze. Le nuove voci emerse anche grazie ai social network sono state ricondotte a un presunto “woke” indistinto, descritto da una parte del dibattito politico come censura, estremismo, violenza culturale. Il paradosso è evidente: una parola nata per ampliare lo spazio del discorso finisce per essere utilizzata come arma contro chi quello spazio ha contribuito a conquistarlo.
E c’è un ulteriore problema: sappiamo cosa significa woke? Se si provasse a definirlo in italiano, probabilmente si scoprirebbe di avere più domande che risposte.
Ancora più esplosiva, però, è la parola remigrazione. Un termine che in origine poteva indicare semplicemente il ritorno autonomo e volontario di una persona nel proprio Paese, ma che oggi è entrato nel linguaggio politico con un significato profondamente diverso: quello dell’espulsione, fino all’idea di un rimpatrio collettivo e forzato. Una parola apparentemente neutra diventa così una bomba ideologica, capace di rendere presentabile e normale un concetto che, a tutti gli effetti, richiama una vera e propria deportazione di massa. Il rischio è proprio questo: quando determinate parole entrano stabilmente nel discorso pubblico, possono smettere di scandalizzare.
Ciò che prima sembrava impensabile può progressivamente trasformarsi in proposta politica e, nel passaggio successivo, in norma
Disinnescare questa bomba significa allora intervenire prima che il linguaggio prepari il terreno all’esclusione delle persone.
Anche sicurezza è una parola che sembra semplice e neutra, ma che nasconde significati molto più complessi. Quando la pronunciamo pensiamo immediatamente alla nostra incolumità individuale, ma la sicurezza può essere anche esistenziale e relazionale: sapere di poter arrivare al giorno dopo, poter contare su una rete di relazioni, sentirsi parte di una comunità. Ridurla alla sola dimensione dell’ordine pubblico significa quindi impoverire il concetto e, ancora una volta, trasformarlo in uno strumento facilmente manipolabile. La sicurezza, come dice Federico Faloppa, andrebbe però raccontata in modo più complesso, come nel suo libro Disarmare il discorso: Sulla militarizzazione del linguaggio.
Poi c’è maranza, parola che negli ultimi anni è uscita dal linguaggio delle periferie per arrivare, ancora una volta, fino alla politica. Anche qui la dinamica è doppia: da una parte il termine è stato utilizzato per costruire una figura della minaccia, del degrado urbano, sulla quale concentrare paure e richieste di nuove misure legislative. Dall’altra, però, qualcosa di inatteso è accaduto: la parola è stata rivendicata da alcune delle persone alle quali veniva appiccicata come insulto. È una trasformazione importante, perché le parole possono essere armi, ma possono anche essere riappropriate.
Chi viene definito dall’esterno può decidere di riprendersi quella definizione, modificarne il senso e usarla per raccontarsi.
La provocazione dell’incontro diventa quindi una domanda rivolta a tutti. Cosa succede quando smettiamo di vedere individui e iniziamo a vedere categorie?
Il riferimento alla poesia dello scrittore palestinese Haidar al-Ghazali datata 29 febbraio 2024, porta questa riflessione ancora più lontano: “la bambina il cui padre è stato ucciso mentre portava un sacco di farina sulla schiena continuerà a gustare il sangue di suo padre in ogni pane”. Haidar ci chiede di sentirci scomodi sulle nostre sedie, davanti a persone che non hanno più una casa e, in alcuni casi, che non hanno più nemmeno i propri corpi. La scomodità diventa una forma di responsabilità, perché il linguaggio non è mai soltanto linguaggio.
Le parole costruiscono immagini, producono paure, definiscono confini. Ma possono anche restituire dignità, aprire spazi e permettere di essere aascoltati. E forse è proprio questa la responsabilità più importante che abbiamo quando parliamo: ricordarci che, come dice Grace Fainelli, «non c’è niente di più bello e di più importante che essere visti».