Quanta vita in soli 30 anni, soprattutto se la si passa a «scrivere, scrivere, scrivere!»
Quasi trent’anni di vita, dal 1831 al 1861, sono bastati a Ippolito Nievo per attraversare geografie, scritture, battaglie, teatri, giornali e progetti che sembrano appartenere a esistenze diverse. Non è allora un caso che il Festivaletteratura, nel suo trentennale, abbia scelto proprio lui come figura guida: a unire i punti è la stessa energia inquieta, la stessa impressione che in trent’anni possano stare molte vite.
«Ho molte anime», scrive Nievo, e Tutto Nievo minuto per minuto è una rassegna pensata per attraversarle tutte: incontri, letture itineranti e percorsi riportano al centro uno scrittore incontenibile e ancora sorprendentemente moderno. Nievo incontra Nievo, il ciclo che mette a confronto alcune di queste anime, arriva al suo secondo appuntamento con Giovanni Bietti, compositore, pianista e musicologo, ed Emilio Russo, professore ordinario di Letteratura Italiana presso la Sapienza di Roma, che, accompagnati dalle domande di Martina dal Cengio, sono chiamati a far conoscere al pubblico due sue aspetti meno noti, quello del Nievo visionario e critico musicale.
La vita di Nievo sembra già un romanzo: nato a Padova, attraversa diverse città e diversi ambienti intellettuali, conosce l’opposizione agli austriaci e la vivacità culturale milanese, passa dalla scrittura all’azione politica e segue Garibaldi nella spedizione dei Mille. In Sicilia, dove rimane a occuparsi anche dell’amministrazione dell’impresa garibaldina, scrive lettere, riflette, lavora; poi, nel viaggio di ritorno, l’Ercole affonda nel Tirreno e con lui, nella più romanzesca delle fini, il giovane scrittore. Una vita breve, dunque, ma densissima; e una produzione altrettanto difficile da contenere: poesie, teatro, giornalismo, critica, lettere e un romanzo di quasi mille pagine scritto in appena otto mesi, Le confessioni d’un italiano, destinato però a rimanere per anni in un cassetto a causa della censura.
A Bietti il compito di analizzarne l’occhio musicale: in realtà, nelle Confessioni il melodramma occupa uno spazio sorprendentemente piccolo; eppure Nievo frequentava i teatri, scriveva di musica e conosceva bene la centralità che l’opera aveva nella società italiana dell’Ottocento. Oggi è difficile ricostruire quella esperienza quotidiana: il teatro musicale era uno dei luoghi nei quali un pubblico vastissimo si riconosceva, proiettava speranze e passioni e, talvolta, imparava persino a condividere un immaginario nazionale. È proprio per questo che colpisce l’avversione di Nievo per Verdi, tanto più radicale perché contrapposta alla sua ammirazione per Rossini e Bellini, ormai lontani dalla scena.
Del primo, il nostro apprezza il mondo fantastico, lo stile largo e sereno; del secondo, soprattutto, una tradizione belcantista che sente appartenere a un passato ancora vivo. Verdi, invece, gli appare come il campione della «scuola dell’effetto», incline a cercare il successo attraverso la spettacolarità più che attraverso una vera sostanza musicale. Nel 1855, di fronte alla Traviata, la sua insofferenza esplode in una battuta quasi teatrale:
«Verdi, Verdi, Verdi, non siete stufi signori dilettanti? Se non lo siete, vi dico che lo sono io!»
Dietro questa idiosincrasia, però, Bietti invita a leggere qualcosa di più profondo: per Nievo l’arte deve essere impegnata, deve avere un peso nel mondo.
Come spesso accade a chi fa dell’impegno un punto fondamentale della propria attività, e soprattutto a chi, forte della freschezza ruggente della propria età, ha ancora la possibilità di sperare per il meglio, Nievo si domanda cosa possa essere del futuro. Dalla musica all’utopia allora il salto è meno grande di quanto sembri, ed Emilio Russo accompagna il pubblico alla scoperta della Storia filosofica dei secoli futuri, testo scritto alla fine del 1859, poco prima della partenza di Nievo con i Mille. Impossibilitato dalla censura a dare alle stampe il grande romanzo appena concluso e impaziente di «cavar questa povera anima dal fodero e farne qualche cosa», Nievo, sempre teso ad andare un po' più in là dei limiti appena tracciati su sé stesso, prova a spingere la scrittura oltre il proprio presente: immagina l’Italia e l’Europa fino al 2222, anticipando la centralità di Russia e Germania, una futura Lega Europea e persino il peso della Cina nello scacchiere internazionale.
Ma è quando il futuro diventa distopia che la profezia di quest’opera, oltre a stupire, acquista una forza angosciante: parlando di «secoli degli eunuchi delle macchine», Nievo si lancia nella descrizione di una distopia che, inquietante nel modo in cui solo le predizioni sanno essere, immagina un tempo in cui i libri vengono bruciati e gli automi producono in maniera infinitamente maggiore rispetto agli uomini e ottengono perciò più potere – in un nesso che, già da solo, non può che risuonare all’orecchio contemporaneo – fino ad arrivare ad uccidere i propri creatori. Non finisce qui: in questo quadro, a un tempo lucido e apocalittico, i libri vengono distrutti e un’epidemia rende gli esseri umani apatici, incapaci di quella tensione all’azione che per Nievo costituisce invece una vera religione del dovere. La modernità scientifica, anziché condurre necessariamente al progresso, può dunque rovesciarsi nel suo contrario: una società più efficiente e insieme più vuota, nella quale la macchina libera l’uomo dal lavoro al prezzo di privarlo progressivamente della propria funzione.
Eppure Nievo non si arrende a questa visione, ed è questa, forse, la sua contraddizione più feconda: riesce a immaginare con lucidità un futuro in cui le speranze del progresso falliscono e, nello stesso tempo, continua a vivere come se fosse ancora possibile costruire qualcosa di diverso. Non è un caso che la sua distopia conviva con una scrittura militante e con la scelta di partire per la guerra; né che, accanto al pessimismo, resti l’idea di un antidoto fatto non di soluzioni miracolose, ma di collaborazione, dovere civile, sostegno reciproco. È anche qui che i trent’anni tornano a essere più di una ricorrenza. A quell’età Nievo aveva già attraversato abbastanza mondi da sembrare molti scrittori insieme: poeta, narratore, giornalista, critico, patriota, visionario. Allora, parafrasando Whitman, forse non è inopportuno sostenere che Ippolito Nievo è immenso e contiene moltitudini; e che avere trent’anni, oggi come allora, significa anche questo: avere ancora abbastanza tempo davanti per scegliere una direzione e, insieme, abbastanza inquietudine per volerne percorrere molte.
Alla domanda scherzosa che Martina Dal Cengio pone, al termine dell'evento, chiedendo ai relatori se Nievo sarebbe venuto al Festival, la risposta non può che essere sì. E probabilmente avrebbe voluto parlare di tutto, perché voleva «scrivere, scrivere, scrivere finché altri avrà pazienza di leggere e al di là». In fondo, è difficile immaginare un autore più adatto a un Festival che celebra trent’anni di vita e di letteratura:
«Crepiamo, ma scriviamo, giacché non si può fare di meglio; la letteratura è la mia patria, la mia famiglia, il mio amore, il mio tutto».