Quanto del cloud sta andando in fumo?
In un mondo in cui tutto è sempre più effimero, e nella quotidianità nessuno si pone il problema della conservazione di documenti cartacei e digitali, il Professor Federico Valacchi, docente di archivistica all’Università di Macerata e autore di Archivio. Concetti e parole, spiega al pubblico del Festivaletteratura perché la questione non sia tanto banale.
L’atmosfera dai banchi del Politecnico fa sembrare subito l’incontro, intitolato Il futuro ci dimenticherà? Noi e la memoria digitale, una lezione universitaria, tenuta da un professore che cammina in mezzo al pubblico e parla senza microfono. L’incontro, dopo l’introduzione, perde infatti la sua struttura e diventa una conversazione aperta con gli “studenti.” La passione del professore è chiara fin da subito dal suo lessico, quando definisce l’archivistica, prima di tutto, come una questione di accudimento, termine che evoca una sorprendente tenerezza.
Il Professor Valacchi è anche metodico, elencando al pubblico i principi dell’archivistica moderna. Prima di tutto, definisce le coordinate temporali del discorso: anche se il termine “archivistica” può evocare scaffali polverosi
«il tempo dell’archivistica non è il passato, ma il presente [...] e il futuro è una questione di responsabilità archivistica.»
I principi dell’archivistica moderna, che per ora si trovano impossibilitati a stare al passo con la frenetica evoluzione della tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, partono dal concetto di memoria. Il Professor Valacchi intreccia le analisi sull’evoluzione tecnica dell’archivistica con precisi riferimenti letterari, da José Saramago a Paolo Rumiz,
«scrittori che da piccoli volevano fare gli archivisti ma poi hanno scritto capolavori e se ne sono dimenticati.»
Da Rumiz prende in prestito una puntuale riflessione:
«La memoria è un lavoro da contadino, non da scrittori. La si coltiva come si coltiva la terra. La si rivolta, la si concima.»
Le considerazioni continuano quando il Professor Valacchi parla dei principi e delle problematiche più specifiche degli archivi digitali, dei loro vizi e delle loro virtù.
Lui stesso, non avendo in passato completamente rinnegato l’incursione del digitale nell’archivistica, afferma, ammiccando, che «andrà all’inferno degli archivisti.»
Non è difficile capire il divario tra tradizionalisti e modernisti dell’archivistica. Gli archivi digitali comportano un «ribaltamento dei tempi della conservazione archivistica.» Al contrario dei documenti cartacei, infatti, non è possibile dimenticare i file in uno scatolone e riaprirlo dopo 30 anni, aspettandosi di ritrovarli quasi intatti. I file si deteriorano, e, come ricorda il Professor Valacchi, non sono entità incorporee: vivono in server, che sono luoghi fisici, che consumano elettricità. La conservazione dei file va progettata prima della loro esistenza, e tenendo in considerazione la cosiddetta obsolescenza programmata, cioè la strategia di mercato che limita il ciclo vitale della tecnologia, tramite aggiornamenti, upgrade di hardware o mancanza di supporto per versioni precedenti di uno stesso prodotto.
A complicare ancora di più la questione, si inserisce negli ultimi anni l’intelligenza artificiale, che fin da subito pone un problema che colpisce il principio fondamentale dell’archivistica: l’affidabilità. Il Professore offre degli esempi concreti dalla storia recente: se viene generata una foto di Benjamin Netanyahu con sei dita, oppure se un profilo di una finta soldatessa americana guadagna un milione di follower (il caso di “Jessica Foster”), queste immagini possono essere eliminate dal web, ma le conseguenze che hanno avuto non si possono cancellare. Esse possono manifestarsi sotto forma di commenti, risposte, video, o live su X in cui si discute dell’argomento. Difficile capire cosa conservare e cosa no, il che porta il Professore all’ultimo tassello dell’archivistica: il panarchivismo. Tutto può essere archiviabile, ma non tutto è archivio. La distinzione, su internet, non è sempre ovvia.
Il punto finale della questione è la politica. Bisogna «(ri)politicizzare la conservazione». Il patrimonio analogico viene conservato perché qualcuno nei secoli lo ha accudito. Gli Archivi di Stato non sono fenomeni casuali, bensì il risultato di scelte e politiche di conservazione. L’avvertimento del Professore è molto chiaro: bisogna che la legislazione e le politiche archivistiche si mettano al passo coi tempi, al più presto.
Non a caso, il Professor Valacchi sceglie di aprire e chiudere il suo intervento con lo stesso tema politico e la stessa frase:
«il futuro della memoria digitale dipende da scelte politiche».