13 | 09 | 2026

Scappare da sè stessi

I personaggi di Trainspotting nell'età dell'amore

Scrivere, per Irvine Welsh, è un gesto quotidiano, piacevole, che non gli costa mai troppa fatica. Al contrario, quando si tratta di dover assemblare i pezzi per pubblicare, lo fa quasi malvolentieri, uno sforzo che compie solo se intravede un fil rouge che unisce i puntini e che forma una storia che vale la pena di raccontare. È il caso, per la gioia dei suoi moltissimi lettori, di Men in love, il suo ultimo lavoro con il quale ritorna ancora una volta nel mondo di Trainspotting, per raccontare ciò che succede a Sick Boy, Spud e Begbie dopo l’abbandono - si potrebbe dire “il tradimento” - di Renton.

La prima sensazione potrebbe essere quella di trito e ritrito, ma Welsh, come già detto, non scrive mai un libro che non racconti qualcosa di inedito, e anche nel caso di Men in Love parte dall’intento di voler raccontare un periodo di vita ben preciso, quello intorno ai venticinque anni, dove ci si accorge della propria mortalità, della finitezza, di avere un futuro davanti e quindi si cerca inevitabilmente un nuovo centro di gravità, un nuovo pilastro portante: l’amore.

Quella che è una volontà, cioè l’idea del cambiamento, della maturazione, si mischia in tal senso anche con il conformismo della società, specialmente di quella di fine anni ‘80 in cui è ambientata la storia, che dettava una traiettoria ben precisa, imponeva i ritmi: c’era un tempo preciso per sposarsi, per fare figli, per morire. I venticinque anni erano l’età in cui bisognava iniziare a “sistemarsi”.

Un meccanismo, in realtà, da cui i personaggi dei romanzi di Welsh hanno sempre tentato di fuggire, preferendo scappare piuttosto che crescere, assumersi delle responsabilità (anche conformarsi in un certo senso), e se da un lato lo stesso autore vuole denunciare questa logica dello scappare dal contesto che ti ha cresciuto, perché in fondo sarebbe come scappare da sè stessi, dall’altro intende anche denunciare anche l’ipocrisia occidentale nell’imporre certi modelli: chi vuole imporre un rigido spartito, infatti, è chi non vuole che gli equilibri mutino, perché comporterebbe mettere a rischio la loro posizione privilegiata.

Si torna quindi, inevitabilmente, anche al tema più ricorrente nei romanzi di Welsh, quello della denuncia sociale, che tuttavia non va combattuta con la fuga, con la negazione di tutto ciò che ha plasmato un individuo nella sua crescita, bensì con la valorizzazione di ciò che si ha (“Try to grow, not to escape”, dice Welsh) e con l’unione delle persone, la creazione di comunità. Per sovvertire la logica delle divisioni sociali, che impone tutt’oggi certi modelli, non bisogna vergognarsi di ciò che si è sempre stati, ma comprenderne l’importanza.

Accanto all’Irvine Welsh crudo, cinico, in grado di trasferire i lati più neri e marcescenti della psiche umana, all’interno del suo ultimo lavoro compare anche un Welsh più intellettuale, addirittura citazionista, che inserisce le poesie di William Blake per simboleggiare appunto quest’età di grande cambiamento (lui che era stato il poeta testimone dell’industrializzazione della società, dello spostamento di massa dalle campagne ai centri urbani). Compare anche Kant, che diventa in parte un simbolo delle contraddizioni occidentali. Il filosofo tedesco, racconta infatti Welsh, era colui che parlava di morale ma allo stesso tempo dava consigli ai contadini su come picchiare gli schiavi.

L’autore scozzese mette assieme tutti questi pezzi, dunque, per regalare ai suoi lettori un’altra storia delle sue, un racconto dell’amore che spesso è cinico, arrivista, un po’ sbilenco, come i suoi personaggi, o come lui stesso, sempre “all over the place”, per dirla all’inglese.

E si può dire che alla fine vale davvero la pena di “scegliere la vita”, anche solo per leggere un altro romanzo di Irvine Welsh.

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