10 | 09 | 2026

Senza potere, ma non impotenti

Il giornalismo tra Gaza e l'Egitto come movimento attraverso i confini

Cosa significa guardare Gaza dall’Egitto?

È la domanda di esordio che Paola Caridi, esperta di Medio Oriente, pone a Lina Attalah, cofondatrice e caporedattrice del quotidiano online Mada Masr.

Significa parlare di una linea di confine che è stata delineata da fuori dividendo due luoghi che un tempo erano un’unità e che oggi rappresentano anni di rapporti politici, sociali e culturali. Questo confine richiede un movimento attraverso di esso che negli anni è divenuto sempre più difficile e che obbliga sempre più il giornalismo ad agire senza essere presente sul posto pur rimanendo possibile. Un confine contemporaneo, che come il termine “Medio Oriente”, rappresenta una visione coloniale, “occidentale”, imposta su un territorio ampio che nasce unito, e forse lo rimane tutt’ora. Ed è proprio il movimento attraverso questo confine che, secondo Lina Attalah, rappresenta la differenza tra buono e mediocre giornalismo, perché proprio attraverso questo movimento possiamo imparare qualcosa in più.

Ma cosa significa davvero essere giornalisti a Gaza, raccontare la storia di persone che vivono una situazione di conflitto o in una situazione complessa anche in tempi di pace? Il giornalismo a Gaza è cambiato e continua a farlo. E non solo nel modo in cui l’Europa guarda a questi giornalisti che dal 7 ottobre 2023, come Paola Caridi sottolinea, sono diventati meno credibili proprio perché vittime del conflitto. Ma a spingerli c’è un desiderio di essere parte della storia, un’inquietudine che spinge costoro a mettersi in contatto col giornalismo e a raccontare la propria esperienza, consapevoli che moriranno ma essendo stati parte di qualcosa.

Nella pioggia sempre più battente, sotto il tendone di Palazzo San Sebastiano, mentre, seguendo la similitudine di Paola Caridi, il pubblico sperimentava cosa significa trovarsi sotto una tenda a Gaza, il dialogo si è spostato dalla condizione odierna, legata al conflitto, al prima, quando ancora il genocidio non era presente.

Ricordando un’occasione che l’ha portata a recarsi in Palestina, per paradosso, proprio un festival della letteratura, il PalFest, Lina Attalah ricorda le condizioni di vita abominevoli dei cittadini nel 2013: l’approvvigionamento veniva calcolato sulla base delle calorie necessarie per sopravvivere, trascurando l’importanza di una vita “normale”.

È proprio da questa esperienza che nasce una riflessione sull’importanza degli eventi culturali, nella speranza che questi, il cui focus principale risiede nella sensibilizzazione e nel pensiero critico, in futuro non siano più finanziati da aziende che contemporaneamente finanziano una guerra.

In memoria di Shireen Abu Akleh, nominata da Caridi come la più importante giornalista palestinese di sempre, la riflessione si è quindi spostata su un concetto coniato proprio per descrivere quanto accade a Gaza: politicidio. Una distruzione della realtà politica, nazionale e sociale di un’intera comunità, con una particolare attenzione all’importanza delle parole, poichè il termine genocidio sembra non bastare più.

In quest’ottica, l’Egitto si ritrova ad avere un politicidio accanto a casa, osservando da lontano un paese con cui ha sempre avuto un rapporto di relazioni, legami familiari, di terra e alberi.

Il lavoro giornalistico di Lina Attalah è stato ed è ancora fondamentale; la sua testata, Mada Masr, è nata in un momento di crisi nella stampa egiziana, che non riusciva più a trovare il giusto spazio. Si è arrivati ad un momento in cui è stato necessario mettere in pratica il giornalismo per creare una condizione di possibilità, anche dove le possibilità sembravano non essere più possibili. Per i cittadini, l’idea di poter scoprire notizie a loro nascoste attraverso l’informazione ha portato alla costruzione graduale di un sentimento di emancipazione, una forma di accrescimento per la popolazione che ha saputo “costruire il potere senza avere nessun interesse nel prenderlo”.

Le voci di Lina Attalah e Paola Caridi sono state più forti della tempesta, lasciando un’eredità importante: la consapevolezza di essere senza potere, ma non impotenti.

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