Sotto al vestito niente
Quali aspetti della realtà diventano più vivi attraverso delle inserzioni irrealistiche nelle opere o nelle mostre? Parte da questa domanda inaspettata la lezione orizzontale di Judith Clark, che apre a una riflessione sul ruolo e la responsabilità della curatela di mostre di moda, o come lo chiama lei “exhibition-making”: il fare le mostre di moda. La questione del "fare" è importante nella definizione di cosa significhi essere curatrici o curatori nell’ambito di museologia della moda, per definire i confini dell’autorialità, mettere in discussione l’approccio teatrale che mette in scena gli abiti senza contestualizzarli, domandarsi cosa sia prezioso e cosa non lo sia, e capire come far emergere anche il lavoro invisibile di creatività e libertà del fashion design.
Clark apre alla propria pratica, condividendo come, partendo dalla propria formazione in architettura e ribaltandola, lo spazio della mostra diventa misura dello spazio umano da mettere in esposizione, e sia un primo passo nella costruzione della mostra. Ancora prima, il lavoro nell’archivio delle grandi maison non è solo quello di recuperare gli oggetti, ma anche i riferimenti culturali: in questo senso Clark inserisce elementi Art Déco non filologici nelle collezioni Chloé firmate da Lagerfeld, per recuperarne le ispirazioni e gli oggetti perduti che l’hanno ispirato.
Da qui i livelli si moltiplicano: nel recupero dell’effimero, della comunicazione e del racconto della moda nel suo tempo, nei temi urgenti della società vestite da quella moda.
«Sono nata a Roma: per me la stratificazione della storia è larger than life!»
La stratificazione della storia nella museologia di moda pensata da Clarke prevede quindi anche una riflessione importante sulla scelta della storia da raccontare e della prospettiva con cui la si racconta.
Ma anche la scelta di amplificare la narrazione originale.
In occasione della mostra Fashion Inside and Out (Nelle trame della moda) durante la prima edizione di Homo Faber a Venezia nel 2018, dedicata al legame tra alta moda e artigianato, Clark inserisce anche un “falso storico”: commissiona i “Water splash headwear”, copricapi a forma di spruzzata d'acqua (water splash, appunto) disegnati e realizzati dal celebre modista Stephen Jones, un’aggiunta non filologica ma che restituiva il legame tra la moda e lo spazio che andava ad abitare in quel momento: una piscina dismessa.
L’attenzione all’ampliamento dello spazio di azione delle mostre di moda non nasce da un uso semplicistico della storia, ma da una mancanza: la mancanza del suo supporto naturale. Il corpo.
Nelle mostre di moda non ci sono oggetti che si sostengono da soli, ma oggetti che sono stati sostenuti da un corpo, per questo il lavoro curatoriale diventa importante, anche nella rinuncia della spasmodica ricerca della neutralità. Del resto, qualcuno potrebbe obiettare: quando mai un corpo – anche nella sua mancanza - è neutro?
Eppure anche questa mancanza è parziale: se mancano i corpi, sostituiti dai manichini, certamente non mancano i corpi dei visitatori. In questo, rivela Clark, la curatela può immaginare il percorso da far fare loro, ma «io stessa sono una visitatrice maleducata: raramente seguo il percorso e mi faccio piuttosto trascinare dagli oggetti esposti; per questo credo nella libertà del visitatore e nell’idiosincrasia del desiderio».
Una cosa però non si può dimenticare, sul corpo del visitatore: che tutte e tutti, indipendentemente, “si possono identificare col manichino”, e cioè tutti conoscono l’esperienza fisica, emotiva e sensoriale di indossare un vestito.
«Ci sono oggetti nei musei che non capiamo, mentre gli abiti li capiamo subito: magari non i riti attorno a quegli abiti, ma la sensazione sì. Mi piace questa democraticità delle mostre di moda: le capiscono anche i bambini!».
Proprio per questo aspetto così vicino a chi visita la mostra – mostre temporanee, spesso, che Clark paragona a delle opere di saggistica – l’autorialità della curatela si deve esprimere non solo nella selezione, ma nell’approccio critico alle opere: «gli archivi delle maison custodiscono il campionario, quindi taglie piccole. Anche questo, ad esempio, va tenuto in considerazione in questo periodo storico, quando si cura una mostra. Oppure il fatto che alcuni abiti rappresentino uno stile di vita che va approcciato in modo critico nel presente». Il pregiudizio della superficialità della moda viene quindi usato per indurre il visitatore ad avvicinarsi e introdurlo poi nella stratificazione del racconto che la moda fa dell’umanità.
Una mostra che l’ha messa particolarmente in difficoltà? Quella che aprirà a Palazzo Reale a Milano il 24 settembre 2026: Dalí e la Moda. Una mostra che svela un lato inedito del celebre artista, il suo gusto per la moda fin da bambino, il suo legame pubblicitario con Vogue, Harper’s Bazaar e i rapporti con Chanel e Dior. Una sfida raccontare un artista già raccontato: Clark lo fa unendo la sua quotidianità alla sua arte, tendendo un filo rosso che conduce i visitatori nella trama complessa di arte, moda e umanità.