13 | 09 | 2026

Storie barbare

Violenza culturale, tracotanza della scienza e ruolo dei musei con Gergely Péterfy e Igiaba Scego

Il romanzo storico Il barbaro impagliato di Gergely Péterfy e la graphic novel Figli della foresta di Igiaba Scego sono due opere di genere molto diverso, eppure partono da premesse estremamente simili. In compagnia di Melania G. Mazzucco, gli autori affrontano due storie vere che parlano (anche) di colonialismo, violenza culturale, onnipotenza scientifica e scomode eredità da museo.

Per il suo romanzo Gergely Péterfy è partito dalla biblioteca del nonno e dagli archivi austriaci e ha scavato nella storia e nell’opera di Ferenc Kazinczy (1759-1831), un importante scrittore e riformatore della lingua ungherese tra Sette e Ottocento. Da quei volumi è emersa una vicenda insolita: l’amicizia tra l’intellettuale magiaro e Angelo Soliman (1721-1796), un dignitario, massone e “moro di corte” che per varie vicissitudini passa dall’essere schiavo a diventare una figura di spicco nella Vienna illuminista degli Asburgo. Il legame tra i due si basa sul un senso comune di alterità, sul rispecchiarsi l’uno nell’altro: se Soliman viene percepito da tutti come una curiosità per il suo corpo diverso e la sua cultura stupefacente (qualcosa di impensabile per qualcuno considerato “selvatico” da ogni cliché dell’epoca), Kazinczy è altrettanto una rarità in mezzo a un’intelligencija di lingua tedesca. Eppure, attraverso il resoconto di Kazinczy, il lettore scopre che l’educazione enciclopedica, l’acume e i raffinati costumi di Soliman non lo salvano dalle ipocrisie della scienza, del potere e dell’Illuminismo stesso: alla sua morte, infatti, finisce per essere impagliato come un qualsiasi animale esotico, vestito con costumi da “selvaggio” ed esposto nel Museo di Storia Naturale di Vienna.

Igiaba Scego, insieme a Chiara Abastanotti, ricostruisce attraverso lo sguardo di Amina, un’adolescente di oggi, la vicenda di Tukuba e Makunka, due bambini appartenuti al popolo Aka (Congo). La storia torna indietro alle esplorazioni di Giovanni Miani che, mentre seguiva il Nilo Superiore a fine Ottocento, prende con sé due “pigmei” da portare in patria, creando grande visibilio e interesse in tutta la comunità scientifica. I due bambini vengono completamente disumanizzati e trattati come oggetti di studio, misurazioni e classificazioni. I loro nomi originali vengono sostituiti con il battesimo, la lingua si perde e, dopo che il loro corpo viene manipolato e analizzato in ogni suo aspetto, vengono adottati da una famiglia in Veneto, dove Scego e Abastanotti hanno rintracciato la tomba di uno dei due.

Entrambe le storie mettono in luce i lati più violenti e contraddittori della scienza, ma anche degli archivi e dei musei, in cui ancora oggi si conservano numerosi resti umani e spesso – come sottolinea Iscego – vengono mostrati i risultati delle scoperte e classificazioni colonialiste senza alcuna cornice o presa di responsabilità. Lo stesso Péterfy spiega che il suo romanzo e la fine di Angelo Soliman sono un vero e proprio smascheramento di tutte le ipocrisie di un mondo illuminista che si professa aperto e moderno, di una scienza che pecca di hybris e che smette di guardare in faccia l’essere umano.

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