12 | 09 | 2026

Storie di pagine ribelli

Dai classici libri a bivi alle sfide di logica di oggi, Bartezzaghi e Tamburini raccontano come l'errore linguistico trasforma la lettura in un'indagine ad armi pari tra autore e pubblico.

Nel suggestivo scenario di Palazzo San Sebastiano, l'incontro tra Stefano Bartezzaghi, Pier Mauro Tamburini e Marco Malvaldi ha trasformato la narrazione in un tavolo da gioco. Al centro del confronto, la presentazione dei volumi Bozze non corrette e L'ultimo giro di bozze, due opere che scardinano l'idea classica di romanzo per fare dell'errore tipografico il motore propulsivo dell'indagine poliziesca.

A proposito di errori e imperfezioni, l'incontro è iniziato proprio con una confessione a cuore aperto. È stato il moderatore Marco Malvaldi a svelare il retroscena: perfino gli specialisti del gioco e degli enigmi possono cadere in trappola. Stefano Bartezzaghi e Pier Mauro Tamburini hanno infatti ammesso con autoironia di aver commesso qualche involontaria svista nell'uscita del primo volume, incoerenze o veri e propri refusi "non progettati" sfuggiti alla revisione. Un'esperienza che gli autori hanno sfruttato per affinare la precisione del meccanismo nel secondo libro, dimostrando che il rapporto personale di un autore con la propria pagina scritta è un cantiere sempre aperto a cambiamenti.

Ma se l'autore può errare, può anche scegliere di farlo apposta, ed è in questo caso che anche per il pubblico la lettura smette di essere una semplice fruizione rilassata. C’è un momento, nella lettura di un libro-enigma, in cui il lettore smette di essere soltanto uno spettatore passivo. È il momento esatto in cui decide di impugnare una matita per annotare a margine, sottolineare, decifrare un indizio o scegliere quale strada far prendere al protagonista. Quando la pagina scritta chiede un’azione diretta, che si tratti di individuare un anagramma, ricostruire una sequenza cronologica o scovare un refuso voluto, il patto implicito tra chi scrive e chi legge cambia del tutto. Chi tiene in mano il volume abbandona la posizione confortevole dell'osservatore e si trasforma in un complice, in un correttore di bozze o in un vero e proprio investigatore.

Questa dinamica, oggi spesso associata alle tendenze digitali o alla pervasiva cultura della "gamification", affonda in realtà le sue radici in una storia profonda che intreccia la grande tradizione dell'enigmistica, i meccanismi del romanzo giallo e le prime sperimentazioni di narrativa combinatoria. Per comprendere il successo contemporaneo delle forme narrative interattive occorre prima di tutto fare un passo indietro ed esplorare l'evoluzione di questi linguaggi.

Il desiderio di giocare con il testo non è nato con gli schermi o con i recenti format editoriali. Già nei salotti aristocratici francesi dell'Ottocento, prima ancora della diffusione capillare della stampa di massa, il gioco con le parole rappresentava una forma di intrattenimento sociale condiviso. Basti pensare al successo delle sciarade, veri e propri spettacoli collettivi da salotto che in seguito avrebbero trovato la loro codifica su carta all'interno delle prime riviste specializzate. Se all'estero l'enigmistica classica circolava stabilmente già nella seconda metà dell'Ottocento, nei paesi di lingua inglese il fenomeno assunse tratti precisi con l'invenzione del cruciverba negli Stati Uniti.

Una volta importato nel Regno Unito, il gioco delle parole crociate perse la sua apparente semplicità iniziale per arricchirsi di definizioni impervie, giochi speculativi e trappole sintattiche. Il padre spirituale di questo approccio fu Edward Powys Mathers (1892-1939), noto con lo pseudonimo di Torquemada (dal nome del celebre e spietato grande inquisitore spagnolo). Torquemada non soltanto rivoluzionò il mondo dei crittogrammi sul The Observer, ma nel 1934 diede vita all'esperimento di narrativa enigmistica più diabolico e celebre della storia: La mascella di Caino (Cain's Jawbone).

Il libro è un romanzo poliziesco composto da 100 pagine stampate in ordine del tutto casuale e scompaginato. Per scoprire l'identità delle sei vittime e dei rispettivi sei assassini, il lettore deve letteralmente staccare le pagine dal volume, analizzare i mille riferimenti poetici, geografici e gastronomici citati nel testo e ricomporre l'unica sequenza logica e cronologica corretta tra le oltre trentasei milioni di combinazioni possibili. Una sfida quasi impossibile che, non a caso, nella storia è stata risolta ufficialmente soltanto da pochissime persone al mondo.

Il genere scelto dall'autore non è casuale. Il punto di giunzione tra questa passione enigmistica e la narrativa d'intrattenimento si è realizzato storicamente attraverso il romanzo poliziesco. Questo genere è visto da sempre come una partita a scacchi ad armi pari tra autore e pubblico, ma in alcuni casi la sfida si è spinta ben oltre la finzione letteraria. Nella tradizione enigmistica e del giallo d'epoca spicca l'esempio del celebre romanziere che pubblicò Chi ha ucciso i Robins? di Bill Adler e Thomas Chastain: un'opera concepita con una perfidia quasi diabolica, strutturata come un vero concorso a premi della durata di un anno, all'interno del quale la soluzione ufficiale non sarebbe stata rivelata prima della scadenza nemmeno di fronte a chi fosse riuscito a indovinare il colpevole in anticipo.

Durante l'incontro a Festivaletteratura, Marco Malvaldi ha introdotto la discussione ponendo l'accento su un concetto fondamentale per la storia del pensiero scientifico e letterario «gli errori sono elementi indispensabili per il progresso della conoscenza umana» . È proprio attorno all'errore che si sviluppa l'ambizioso progetto a quattro mani firmato da Stefano Bartezzaghi e Pier Mauro Tamburini, Bozze non corrette e il successivo L'ultimo giro di bozze.

Normalmente, di fronte a un refuso o a uno strafalcione ortografico all'interno di un libro stampato, il lettore prova un senso di irritazione o di superiorità verso la distrazione dell'editore. In queste opere accade l'opposto: il lettore va a caccia degli errori, li cerca con avidità, poiché è proprio nell'anomalia che si nasconde la chiave dell'enigma. Nel primo volume della serie, la trama stessa si snoda attraverso refusi, errori lessicali, sviste grammaticali e omissioni volutamente disseminati nell'intreccio dell'indagine. La vicenda di Niccolò Errante continua poi nel secondo volume, dove il racconto si arricchisce di un vero e proprio "Manuale dei Giochi" ritrovato, una sezione enigmistica nella quale chi legge non è chiamato semplicemente a risolvere gli enigmi per fornire una risposta prefissata, ma deve ricomporre la struttura del testo trovando le pecche e le inesattezze collocate dagli autori.

Come sottolineato durante il dibattito, l'ambientazione nel mondo dell'editoria e la figura del correttore di bozze hanno rappresentato una scelta audace. L'ambiente redazionale è uno spazio complesso, intessuto di tic professionali, gerarchie sottili e manie di precisione: farne il teatro di una satira spietata e al contempo di un giallo enigmistico ha richiesto un perfetto bilanciamento di ruoli tra i due autori, che hanno ironizzato sul fatto che non essere sposati tra loro ha grandemente facilitato la collaborazione a quattro mani.

Un aspetto cruciale emerso dal confronto riguarda la sottile distinzione tra le varie forme di narrativa giocata. Esiste una differenza sostanziale tra il librogame classico, l'escape book e il moderno romanzo-enigma. I classici libri a bivi esplosi negli anni Ottanta, come la storica collana delle Edizioni EL e capisaldi della letteratura d'avventura rappresentata dalla celebre saga di Lupo Solitario, ricordata da Tamburini tra le sue principali fonti d'ispirazione, ponevano al lettore una domanda di tipo azionale: "Che cosa vuoi fare?". Il lettore muoveva il proprio alter ego lungo percorsi narrativi ramificati, gestendo punteggi, dadi ed equipaggiamenti come in un gioco di ruolo solitario. I moderni libri-enigma e gli escape book funzionano su un registro diverso: non chiedono quale strada intraprendere, ma pretendono che si presti attenzione. La sfida si sposta dalla direzione della storia alla qualità della percezione. Se il librogame tradizionale diceva "Tu sei il protagonista dell'avventura", la narrativa di Bartezzaghi e Tamburini afferma "Tu sei il lettore: dimostra che sai leggere davvero".

Questa centralità dell'attenzione umana acquista un valore ancora più singolare se messa a confronto con le tecnologie contemporanee, in particolare con i modelli linguistici di intelligenza artificiale. Sollecitati da Malvaldi su come se la caverebbero le LLM di fronte a un libro basato interamente su sottintesi e refusi calcolati, Tamburini ha risposto senza esitazioni che le intelligenze artificiali si comportano decisamente male. Non possiedono l'approccio intuitivo e laterale necessario per cogliere l'anomalia. Bartezzaghi ha aggiunto che questa incapacità evidenzia una grande questione del nostro tempo: il problema attuale non è il non sapere, ma il non sapere di non sapere. L'essere umano possiede la capacità unica di trattare le parole come giocattoli, manipolandole, spezzandole e piegandole al senso del retroscena e dell'ironia. Al contrario, un modello linguistico fondato sul calcolo probabilistico si limita a prevedere la parola successiva più plausibile, fallendo miseramente quando l'errore diviene una deviazione consapevole dalle regole del sistema.

In un'epoca ossessionata dall'efficienza, in cui ogni ambito dell'esperienza umana viene catalogato sotto le categorie del punteggio e del risultato, Tamburini ha ribadito una difesa rigorosa del valore del gioco inteso come attività pura. Il gioco con le parole non deve essere trasformato in uno strumento di rendimento, ma deve conservare la sua natura di "splendida perdita di tempo". La trasformazione del gioco in un'attività professionale avviene soltanto quando si inizia a essere pagati per farlo, ma finché si rimane nella pagina scritta, la motivazione deve restare il piacere gratuito della scoperta.

I libri-enigma contemporanei ci ricordano così che la lingua non è un monumento immobile, bensì una materia viva, fragile e infinitamente manipolabile. Accettare la sfida di un testo volutamente imperfetto significa riscoprire la bellezza di un ritmo di lettura più lento, riscoprendo il diritto di sbagliare, di tornare indietro sui propri passi e di guardare tra le righe per trovare ciò che a una prima occhiata distratta era rimasto nascosto.

Festivaletteratura