13 | 09 | 2026

Viaggio nella Parva Mantua

Un tour guidato nella Mantova di Virgilio

Non poteva mancare l’annuale omaggio a Mantova di Stefano Scansani. Una Mantova questa volta che non esiste più, se non in pochissime tracce e nei toponimi che sono rimasti a memoria di quello che fu. “Vedremo cose che non ci sono”, vedremo la Parva Mantua di Virgilio. E il viaggio inizia in Piazza Virgiliana, di fronte al monumento dedicato al poeta. Virgilio scrisse tre poemi: le bucoliche, dialoghi tra pastori arrabbiati per aver perso la propria terra (le proprietà di Virgilio nella sua Andes furono sequestrate e divise tra i veterani di Augusto); le georgiche, un vero e proprio trattato di agronomia in poesia; l’Eneide, il poema “ruffiano”, nato per creare e giustificare la genealogia della gens iulia. E così viene inventata la discendenza da Troia, perché il mito non perde mai il filo della storia. Enea fugge da Ilio per cercare una casa che non ha, diverso da Ulisse che invece viaggiava per tornare a casa.

La grandezza del poeta latino sta nella sua “pietas”, la cristiana misericordia, rivolta anche nei confronti dei nemici. La pietas virgiliana. In Piazza Virgiliana dobbiamo quindi immagine un lago, uno dei tanti che circondavano Mantova e che la rendevano un villaggio fatto di isolette. In epoca romana e fino al 1801 Piazza Virgiliana era un lago, un porto, che riforniva di acqua anche due canali che circondavano la città insieme alle mura. Nel 1801, con l’occupazione napoleonica, il porto viene interrato e viene creato un giardino alla francese. Si intitola tutto a Virgilio ed è posta al centro una colonna con un busto di Virgilio di bronzo. Poi tornano gli austriaci che tolgono colonna e statua. In fondo al giardino viene costruito nel 1821 un anfiteatro che naturalmente verrà abbattuto nel 1877. Si pensa allora ad un monumento nuovo per Virgilio, una vera e propria ara.

Che viene infatti inaugurata nel 1927. Davanti all’altare troviamo due statue di marmo che rappresentano i poemi del poeta. E poi la statua di bronzo, molto scura che rappresenta Virgilio nell’atto di declamare versi. Non è il Virgilio dei mantovani, non è il mago, lo scriba egiziano in cattedra che viene raffigurato nelle epoche precedenti. Perché comunque il vero Virgilio non lo conosce nessuno, non è stato rappresentato a Roma e lo troviamo forse solo in un mosaico tunisino. Come era fatto Virgilio? Rimane il mistero.

E il mito si rafforza, la topografia della città ne celebra l’importanza. Un collegamento tra piazza Virgiliana fino al tumulo di Ocno, il figlio di Manto, il fondatore della città. Ma anche qui, quale città? Per incontrare quella romana dobbiamo risalire verso piazza Sordello, dobbiamo passare dai 12 metri sul livello del mare del lacus ai 24 metri dove si trovava l’arx e che ora è occupata dalla chiesa di San Pietro e Paolo, il duomo di Mantova. Fuori dal piccolo quadrato della Parva Mantua, che non si sa nemmeno se municipium od oppidum, troviamo la città popolare che inizia ad insediarsi, da San Leonardo in poi. Attraversiamo una immaginaria porta del vescovo, che ci permette di entrare in città. In piazza Sordello ci troviamo in una altitudine obliqua, in pendenza, circondati dalle acque e dalle zone umide. Fuori dalla città invece, al di là dei laghi, troviamo naturalmente più asciutto. Qui invece l’asciutto dobbiamo crearlo, è tutto artificiale.

E il vecchio viene inglobato continuamente nel nuovo, riutilizzando qualsiasi cosa. Sotto lo sguardo di un Virgilio che vigila in una nicchia della torre del duomo. Una faccina domestica (ci sono ancora i buchi nelle orecchie per gli orecchini e il posto per un vero fermaglio per i capelli) di epoca romana che piaceva tanto e che venne posizionata lì. Un pezzo di archeologia. Molto probabilmente la figlia di Marco Antonio. Ma che diventa immediatamente totem, diventa Manto ma anche Ocno, e per qualcuno Virgilio stesso. Un Virgilio che immaginiamo passeggiare lungo il listone, un largo marciapiede che collega il duomo con la porta di San Pietro sul tracciato del vecchio Cardo. Un Virgilio che si lamentava perché a Mantova non c’erano abitanti autoctoni. C’erano Celti, Etruschi, Veneti. Gente di fuori che avrebbe fatto il risotto alla pilota, un’altra cosa rispetto a quello mantovano. Il gruppo si ferma in piazza Sordello, sempre sul listone, davanti ad una lapide che riunisce tre persone. E’ una citazione presa dal canto VI del Purgatorio, quando si trovano Dante, Virgilio e Sordello a lamentarsi della condizione dell’Italia. Attraversando la porta di San Pietro entriamo nella città medievale che possiamo vedere in tutto il suo splendore nell’affresco conservato nel palazzo della masseria, una sorta di mistero delle finanze e delle tasse per i comuni liberi che vennero dopo Matilde di Canossa.

Una sorta di atlante, di carta catastale del 1433 al tempo di Gian Francesco Gonzaga primo marchese di Mantova. Fuori dalla masseria, l’arengario. Dove si arringava la folla, si svolgevano i processi e si eseguivano anche le pene. A monito di tutta la cittadinanza. Attorno al potere comunale, le piazze, le sedi delle corporazioni, delle arti e dei mestieri. Anche qui, dall’alto, Virgilio controlla. Un Virgilio gotico, in cattedra, un po’ severo, in postura professionale.

Ma ha la sottana. E quindi per i mantovani diventa “la vecia”, la vecchia. Ricordando Manto, ma anche il mago e il veggente. Il viaggio si conclude nel sottoportico (parola veneta, veneziana) dei lattonai, dentro il palazzo del Comune medievale. All’ingresso del museo Virgilio, un museo immersivo, che bisogna immaginare. Perché di Virgilio alla fine non è rimasto niente, se non il mito. Come Mantova che con il passare delle epoche ha nascosto quelle precedenti e che adesso possiamo solo immaginare.

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