Il suono delle immagini
10 9 2023
Il suono delle immagini

Improvvisazioni poetiche a partire da stanze classiche e affreschi moderni

«Ècfraṡi (o ècfraṡis; anche èkphrasis) s. f. [adattam., o traslitt., del gr. ἔκϕρασις, der. di ἐκϕράζω «esporre, descrivere; descrivere con eleganza»]. – Nome che i retori greci davano alla descrizione di un oggetto, di una persona, o all’esposizione circonstanziata di un avvenimento, e più in partic. alla descrizione di luoghi e di opere d’arte fatta con stile virtuosisticamente elaborato in modo da gareggiare in forza espressiva con la cosa stessa descritta» - dizionario Treccani

La definizione di «ecfrasi» dichiara apertamente che l’oggetto descritto e le parole usate per esprimerlo devono «gareggiare» tra di loro. Parrebbe quindi una tenzone fra visuale e testuale, laddove il vincitore è chi riesce a restituire un maggiore spessore espressivo allo spettatore. In realtà, ciò che propone l’evento Ekphrasis non è una sfida, ma un confronto. Il procedimento è semplice. Alcuni poeti hanno osservato, studiato e abitato per alcuni giorni due ambienti molto diversi fra di loro ma accomunati dall’essere entrambi espressioni artistiche della realtà socio-storica mantovana: le stanze di Palazzo Te e i murales di Lunetta. I poeti, suggestionati dalle immagini, hanno prodotto versi che si pongono in relazione con l’oggetto rappresentato, ora celebrandolo, ora inquadrandolo nel suo contesto storico, ora usandolo come punto di partenza per elucubrazioni liriche. L’idea non è nuova. Nasce da Eleonora Fisco, che l’ha sperimentata nella sua Sciacca e ha deciso di riproporla a Festivaletteratura con l'aiuto di Silvia Righi.

Il collaboratore di Fondazione Palazzo Te Simone Rega accoglie gli spettatori nel Cortile d’Onore. Informa che il pubblico sarà «vittima del caso»: in ciascuna stanza si assisterà a performance che instaurano una libera triangolazione tra parola, immagine e corpo. I poeti presenti sono stati ospiti durante l’estate di una residenza in loco dove hanno vissuto il palazzo come fosse un cantiere di produzioni artistiche. Questa era infatti la dinamica vissuta in prima persona da Giulio Romano nei dieci anni dedicati alla creazione di Palazzo Te: un luogo scandito da rumori continui che segnalavano il lento «work-in-progress» della monumentale opera.

Il primo autore è Tommaso di Dio, che nella Camera del Sole e della Luna agita un sistro intimando ai cavalli di andare più veloce. La sua poesia è un’alternanza di riferimenti terrestri e celesti, che non mancano di citare Piadena, Castellucchio e la Pianura Padana, ancorando il testo alla realtà territoriale in cui è stato prodotto. La luce e il buio non si incontrano mai in questa corsa impossibile nella quale l’unico vincitore è il tempo. Nella Sala dei Cavalli, luogo che restituisce la dimensione di scambi e relazioni del Palazzo, Giuliano Logos impersona Federico II e il suo amore per Isabella Boschetti richiamato, sulle pareti, dal simbolo amoroso della salamandra consumata dalle fiamme. Oltre alla dichiarazione d’amore per la donna, questa è anche una dichiarazione d’amore nei confronti di Mantova, la sua acqua, i suoi palazzi, i suoi tigli.

«Alle tue ataviche battaglie
sotto le palpebre
impresse nel buio».

Su queste parole Logos conduce gli spettatori nella Camera di Amore e Psiche, dove la performer Antigone recita una poesia nella lingua dei segni. L’aspetto cruciale di queste performance è l’attenzione al ritmo: certi testi, data l’attenzione alle rime e alle assonanze, sembrano quasi rap. Non semplici racconti. L’io lirico addolorato di Antigone è prima Psiche, poi Isabella e infine una donna contemporanea che cita Vanilla Sky, Il Grande Gatsby e le serie tv. Rega integra spiegando che la storia di Psiche è opposta a quella raccontata nella stanza: mentre lei è una mortale che ascende, nella raffigurazione le divinità scendono sulla terra e si sporcano con i vizi.

Nella Camera degli Stucchi, Giorgiomaria Cornelio, aiutato da due performer, ragiona sull’assedio, implorando gli ascoltatori di fare qualcosa. È in effetti questa la stanza che più stona con le altre: raffigura la guerra in una villa dedicata all’ozio e all’edonismo. Nella Camera dei Giganti non si tratta propriamente di una guerra ma di un attacco al potere. La traduzione politica consente di vedere la decisione esiziale di Giove/imperatore Carlo V che fa crollare chi ha deciso di ribellarsi a lui. Eleonora Fisco riassume:

«È questo che fanno gli dei
Guardano
Talvolta distruggono»

L’evento di sabato sera si conclude con il suo intervento.

Domenica mattina, a Lunetta, è Roberta Venditti a guidare un pubblico molto più vasto. Il primo «duello ecfrastico» vede Carmen Gallo dialogare con il murales di Sebas Velasco: al centro si trova Malick, ragazzo del luogo che ha realizzato il suo brand di abbigliamento. La poetessa parla di città nuova e città vecchia e invita a «imparare dai muri l’esercizio dello sguardo». In Piazza Unione Europea, Noemi De Lisi riflette sulla sostanziale uguaglianza fra uomo anziano e donna anziana in una lirica che scaturisce dai nodi slacciati nell’opera di Telmo Miel. La dimensione temporale accompagna il testo scandito in tre generazioni: l’utero, il sogno, il trauma. Eleonora Fisco utilizza invece l’immagine di una ragazza sdraiata su una barca realizzata da Luca Zamoc per raccontare la storia di una donna «addestrata al sacrificio per indole femminile» e intenta a sopravvivere in un mondo di app, software e microchip.

Tutti questi murales vogliono restituire dignità alla periferia, vivacizzando la vita di quartiere e le sue colorature multietniche. Ma non mancano di riflettere su questioni sociali e ambientali, come nella pioggia di plastica dell’opera di MrFijodor (realizzata con l’aiuto di ragazze e ragazzi del Liceo Artistico di Mantova). Antonio Amadeus Pinnetti racconta la storia di un «dio schermo che per scherno mi dà intrattenimento» e interroga i presenti su quali, secondo loro, dovrebbero essere i messaggi contenuti nelle bottiglie che cadono a terra. In base alle risposte, improvvisa pezzi in rima che lo mettono in dialogo estemporaneo con l’ambiente urbano. Chiara Araldi chiude il ciclo con Psiche, l’opera futurista di Vesod. In questo murales tempo, spazio e movimento si racchiudono in un’unica istanza artistica dove la poetessa, sentendosi se non a casa almeno in un rifugio, celebra «il coraggio di scoprirci felici».

Il duplice percorso termina, lasciando allo spettatore la somma delle suggestioni ricevute dai poeti e di quelle generate autonomamente. Antico e moderno confluiscono in un solo procedimento creativo dove ciò che rimane non è tanto un’immagine o una parola, ma la forza espressiva che consente loro di dispiegarsi.

Festivaletteratura