Le tante storie di Festivaletteratura
12 9 2022
Le tante storie di Festivaletteratura

Il racconto di Valeria Parrella, autrice ospite di questa ventiseiesima che oggi si conclude

La scrittrice Valeria Parrella ha ripercorso le emozioni della ventiseiesima edizione e tratteggiato lo spirito che dagli esordi caratterizza Festivaletteratura, una storia collettiva legata alla sua storia personale.

Giovedì sera una civetta e un assiolo sono stati liberati nel bosco Virgiliano, poco fuori la cinta urbana di Mantova. Hanno così potuto riconquistare il loro spazio, la loro atmosfera, l’habitat, la vita che gli era dovuta. E questo è accaduto tra i lettori: i rapaci sono partiti dalle mani a nido di una scrittrice, Helen Macdonald. È una delle storie di questa ventiseiesima edizione di Festivaletteratura, solo una delle possibili da cui partire per raccontarlo, e particolarmente simbolica perché mostra quello che il Festival fa per la comunità da quando è nato: farsi tutt’uno con l’altro, con l’ambiente, con il mondo circostante. Ricordare in ogni incontro, nelle piazze, con la sua stessa presenza, che non siamo fatti a compartimenti stagni, che l’unico modo che abbiamo per affermarci al chiuso delle nostre identità è andare liberi nel mondo. Questo fanno i libri e questo cerca di fare un Festival che mette in connessione le due parti altrimenti private del libro: da una parte, in un momento, uno scrittore chiuso nella sua stanza scrive…altrove un lettore in un treno leggerà. Ho presentato l’ultimo romanzo di Damon Galgut, si chiama Il buon dottore. La piazza Castello era gremita di persone sotto il tendone che ci riparava – in quel clima bizzarro al quale ci stiamo abituando – un poco dalla luce del sole e a tratti anche dai temporali torrenziali. Non è stata la presentazione di un libro: è stato un cerchio magico sotto un tendone in cui uno scrittore di grandissimo talento, che arrivava da un altro mondo, incontrava qui il nostro mondo: e così già si perdevano il mio e il tuo, il nostro e il loro.

L’attenzione delle persone, le loro risate, i brusii di commento, tutti nello stesso momento, dicevano, a noi seduti là su, una cosa: che le persone vogliono ascoltare storie, e vogliono stare dove si costruiscono le storie perché sanno di farne parte. Questo è tutto: ogni storia di uno scrittore, anche distopica o alienata, così come ogni reportage, e ogni saggio, accolgono dentro di loro una parte della signora seduta in terza fila, e un pezzo di emozione di quello lì che è arrivato in ritardo, e un poco di merito e un poco di stanchezza di Sara, di Marella, di Francesca, Valeria, Aline, Marzia.

Ma è successa anche un’altra cosa in quell’incontro: che il libro che stavamo presentando è il primo libro di Galgut, e l’ha scritto vent’anni fa, invece in Italia è arrivato da un mese, e per noi era il nuovo libro di Galgut, e ci sentivamo rapiti e rappresentati da questo ultimo libro. E questa cosa la metto qui come un esempio, ma voi immaginatela riprodotta, in tempi più o meno brevi, più o meno diversi, per tanti e tanti altri autori. Perché qui a Mantova arrivano scrittori da tutto il mondo, noi ce li ritroviamo davanti dopo o prima l’aver letto le loro storie, con la fascinazione di pensare che quella voce viene da quel corpo. E questo ci dimostra che i libri non scadono, che anche quando escono dalle classifiche del paese in cui sono nati prendono altre strade in altre lingue e continuano a parlare, a parlarsi. Ah, sì: perché i libri e i loro autori si parlano tra di loro, non parlano solo ai lettori.

Mantova, Festivaletteratura, che manco arrivi e già devi ripartire, che ti nascondi nel giardino a riposare sconvolto dall’afa, o travolta dall’emozione, o ti fai un selfie con il cane di un autore (sì ma il cane è anche il protagonista delle sue storie, quindi è un selfie con un personaggio). Mantova con gli uffici dell’organizzazione più belli di qualunque altro festival, perché sono negli spazi di un palazzo edificato nel Dodicesimo secolo, in cui i computer e gli arazzi si fanno compagnia. Mantova che prendi sottobraccio gli addetti stampa e dici: “ma l’hai portato McEwan a vedere La stanza degli sposi di Mantegna?” Mantova in bici, in ciabatte sull’acciottolato (provateci voi con i tacchi o le zeppe), al fiume. La sbrisolona che è come mangiare un tocchetto di uranio impoverito, ne prendi un pezzo e vai avanti fino al ritorno. Mantova che ascolti Alessandro Baricco parlare di Beppe Fenoglio, e leggerlo e, mentre ancora hai nelle orecchie la sua voce, il volontario del Touring Club ti fa inerpicare su per la chiesa di Santa Barbara a vedere il più antico organo d’Europa. Mantova che arriva lo sciopero dei treni e loro ti sorridono lo stesso. Che sono informali ed eleganti assieme, tutte queste donne che ci lavorano, che occupano la città.

Io sono molto legata al festival, si legge in questo breve report: lo sono perché quando sei giovane e ti incammini, incredulo, lungo il sentiero che avresti voluto per te, hai bisogno di qualcuno che ti dia fiducia. E il Festivaletteratura venti anni fa, mentre ancora tarava le sue prime edizioni, i suoi format, mi ingaggiò per “Scritture giovani”, un programma di scambio internazionale con altri tre festival. Cominciai a viaggiare, conoscere altri autori, e vedere i miei racconti tradotti in altre lingue. Sono stata felice, e non lo dimenticherò mai. E la felicità e la memoria sono il nutrimento della scrittura. Era venti anni fa, poi sono successe cose. A me, come a tutti, belle e brutte come a tutti. E sono accadute cose enormi e tremende, regimi e guerre. E una pandemia mondiale che ci ha messi in contatto diretto, noi occidentali fortunati, con la catastrofe. Uno dei modi con cui ci abbiamo fatto i conti è stata l’assenza.

Ora però sto scrivendo dal computer di Ester (grazie, Ester, scusa! Tra poco vado), su un tavolo di cartone, in ciabatte, sotto un lampadario di vetro, nel 2022, mentre trecentosettanta autori girano intorno a questo palazzo, fanno firmacopie, osservano, leggono, parlano, rilasciano interviste. Siamo di nuovo qua, non era scontato, ed esserci, essere presenti al Festivaletteratura di Mantova aiuta a ritrovarsi, ovvero: sapere dove si sta, centrarsi, riconoscersi, ritrovare il proprio habitat, come quella civetta e quell’assiolo liberati ieri al Bosco Virgiliano.

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