11 | 09 | 2026

Cacciatrici di traduzioni

Katia de Marco e Alessandra Scali si “sfidano” su un testo inedito dello svedese Mikael Niemi

Gli spettatori hanno tre fogli in mano. Il primo, un testo inedito, in lingua originale, dello svedese Mikael Niemi, autore di moltissime opere di vari generi, tra cui il celebre Musica rock da Vittula. Gli altri due, versioni di traduzione, scritte da due traduttrici che hanno lavorato sui romanzi di Niemi: Katia De Marco e Alessandra Scali. Si tratta di un appuntamento ricorrente al Festivaletteratura, questa volta capitanato da Laura Cangemi: il Translation Slam. Alle due traduttrici è stato consegnato l’inedito, e entrambe hanno avuto una settimana per tradurlo, senza potersi confrontare a vicenda o contattare l’autore. Il risultato è una riflessione, che non ha nulla della battaglia (o della caccia), senza vincitori e senza vinti, sulle varie complicazioni del tradurre.

Laura Cangemi racconta che non è la prima volta che Niemi viene chiamato al Festivaletteratura. Anzi, viene invitato ogni anno, e ogni anno, pur volendo partecipare, si vede obbligato a rifiutare: il Festivaletteratura cade sempre nel periodo della caccia all’alce nel nord della Svezia, la sua terra. Facendo parte di un gruppo, non si è mai sentito di poter rifiutare. Quest’anno, ha fatto un regalo al Festival: «ho pensato che una volta nella vita, dovevo venire al Festival.» Chiederemo perdono ai compagni di caccia di Niemi.

Prima di leggere, l’autore attira l’attenzione del pubblico, i cui occhi continuano a curiosare verso i fogli, sui quali si narra di alci, di caccia, di un padre e di un figlio.

La pratica della caccia per lui non è solo un divertente aneddoto annuale: è una tradizione, che passa da suo padre, a suo nonno, «fino forse all’età della pietra.»

Una tradizione che lo lega alla terra, posseduta anche da suo padre (un possedimento permette di cacciare, seppur in modo molto regolamentato dal governo svedese), che era stata messa all’asta dagli altri proprietari, contro la sua volontà. Niemi racconta che questo avvenne subito dopo lo strepitoso successo di Musica rock da Vittula, col quale aveva guadagnato molto. «Si è svolta l’asta, con le persone che puntavano sempre di più, oltre il milione di corone svedesi.»

«Ricordo mio padre, seduto vicino a me, pallido in volto, col cuore che batteva all’impazzata nel petto. Alla fine ho vinto io, con i soldi del libro.»

Per Niemi la caccia è tradizione, appartenenza, ma anche sostentamento: l’autore non compra più carne bovina, e mangia solo quella che caccia. Da qui la decisione di scrivere un breve racconto intitolato A caccia di alci in cui, in modo parzialmente autobiografico, vediamo un padre e un figlio addentrarsi nella foresta in una battuta di caccia, nel resoconto teso dell’attesa, dei cani che abbaiano, e infine, della prima uccisione del figlio, che spara ad un cucciolo di alce, in un finale malinconico e meraviglioso allo stesso tempo.

C’è un silenzio tombale mentre l’autore legge frasi scelte dell’originale, e poi le traduttrici leggono le loro traduzioni integralmente, un’atmosfera quasi scolastica quando in contemporanea i fruscii delle pagine riempiono l’Ex Chiesa della Vittoria ogni volta che si girano i fogli per proseguire la lettura sul retro. Il pubblico assorbe tutto per prepararsi alla conversazione. Diverse persone, mentre Scali legge la sua traduzione dopo quella di De Marco, tengono in mano entrambi i fogli, l’uno di fianco all’altro, gli occhi che volano veloci a cercare tutte le differenze.

L’incontro prosegue quindi con il confronto di alcuni punti salienti, tradotti in modi molto diversi. Attraverso questi esempi, Cangemi fa emergere tutte le problematiche della traduzione dalla più fondamentale: in ogni scelta si perde qualcosa, ma bisogna scegliere.

Si parte con un confronto di dati: facendo il conteggio delle parole, De Marco ha allungato l’originale del 12%, mentre Scali del 23% circa. Così si intravedono subito le necessità della traduzione di spiegare, esplicitare differenze culturali e si vedono fin da subito gli stili delle due traduttrici: De Marco ha preferito mantenere il ritmo, con frasi corte e asciutte. Scali invece ha lavorato immergendosi nel testo, immaginando le atmosfere e i significati nascosti. Su questo cita Leopardi, che ha parlato molto di traduzione, descrivendola non come trasposizione dello scritto, ma di ciò che l’autore vuole comunicare. Così, in una frase tradotta fedelmente da De Marco con «Ma sarebbe stupido da parte mia [muoversi verso un alce mentre il cane di un altro cacciatore lo sta puntando], perfino pericoloso,» Scali aggiunge «da rimetterci la pelle.» Nella sua traduzione ha voluto sottolineare che un errore, nella foresta, durante una battuta di caccia, può essere mortale, e quindi esplicitare l’atmosfera tesa del racconto.

Quando le viene chiesto se così pensa di aver aggiunto qualcosa rispetto a quello che voleva dire l’autore, risponde serenamente, «sì, e me ne prendo la responsabilità.»

Si apre anche la questione su un complicato termine svedese: «farsan.» Significa “padre,” ma in un modo estremamente informale, per cui, a detta di Niemi, se viene usato dai bambini, provoca un severo rimprovero. Chiaramente è comune tra gli adolescenti, che si possono permettere di usarlo, ed è un termine che non ha una perfetta traduzione nell’italiano. Scali ha optato per un «il vecchio,» pur ammettendo il suono un po’ datato. De Marco, invece, ha fatto la scelta opposta: «papà.» Così si perde il significato dato dalla connotazione del termine originale, ma De Marco spiega la sua decisione: «senso e ritmo non ci stanno tutti e due.» In un racconto di frasi brevissime che fanno tenere il fiato sospeso, ha preferito non aggiungere peso, per mantenere l’atmosfera.

ll divieto di consultazione si limitava all’altra traduttrice e all’autore. Entrambe, attenendosi alle regole, hanno invece consultato due diversi cacciatori, per capire bene cosa comporti descrivere un cane da caccia come «nervös,» che in svedese ha una vasta gamma di significati, più o meno lontani dall’italiano “nervoso.” Scali ha tradotto il termine con «che è sempre stata un po’ balorda, pronta com’è a scattare per un nonnulla.» Il cacciatore di cinghiali che ha consultato ha detto che un cane non funziona molto bene quando è iperattivo, non risponde agli ordini, e ha così deciso di concentrarsi su questo. «Balordo» viene direttamente dal lui.

De Marco ha optato per «un temperamento nervoso, che non ha mai lavorato bene.» Il cacciatore alpino a cui ha chiesto delucidazioni ha affermato che “nervoso” può essere utilizzato per descrivere i cani da caccia, e che quando si vuole dire che un cane da caccia è inadeguato, si dice sempre che «lavora male.» Il riferimento al lavoro le è quindi sembrato necessario. Entrambe le traduttrici, fiutando qualcosa che non andava, hanno detto che per questo particolare passaggio, in una traduzione ufficiale, avrebbero consultato l’autore. Niemi infatti, sogghignando, aggiunge un ulteriore livello alle loro analisi: intendeva dire un cane impaurito, ma con anche un sottotesto comprensibile solo ai cacciatori svedesi. Lì, è assolutamente vietato parlare male del cane da caccia di un altro cacciatore. In questo caso, per complicare la questione, si trattava pure del cane di suo padre. Se lui avesse dovuto dire cosa pensava davvero, avrebbe detto «che faceva schifo, che non valeva niente e non sapeva cacciare. Nervoso era il termine cortese ed educato.» Nella traduzione, avrebbe sottolineato l’ironia di un cane da caccia spaventato dagli alci.

Ma nessuno davvero vince o perde, sbaglia o sceglie la risposta oggettivamente corretta. Il Translation slam non è da prendere come una sfida a spada tratta. La moderatrice racconta che in questi eventi si finisce spesso che una difende le scelte dell’altra e il moderatore non sa cosa fare. Avviene infatti diverse volte che, leggendo per la prima volta la traduzione l’una dell’altra, De Marco elogi il linguaggio evocativo di Scali, affermando che avrebbe preferito la sua traduzione, o al contrario, che Scali ritratti sue scelte, preferendo le forme asciutte e in linea con l’originale di De Marco.

L’incontro non è una sfida, ma un’ode alla traduzione, il cui obiettivo, come avvenne nel primissimo Translation slam, in cui tra le “sfidanti” ci fu la stessa Laura Cangemi, è di far riflettere i lettori su un aspetto nascosto dei libri che leggono. Per Cangemi il commento migliore ricevuto dopo quello slam definisce lo spirito dei suoi successori: «da oggi, leggerò sempre il nome del traduttore.»

Festivaletteratura