Caso, amore e logica
Franco Nasi, teorico della traduzione presso l’Università di Modena, è molto a suo agio dietro la cattedra, anche se la lezione che ha preparato oggi per noi, in linea con le altre lezioni orizzontali del Festivaletteratura, prevede in realtà di trovarci tutti sullo stesso livello, a riflettere intorno allo stesso tema – oggi, la traduzione e l’intelligenza artificiale. Un argomento spinoso e forse già un po’ inflazionato, che Nasi però affronta da un’angolazione decisamente fresca.
Inizia parlando di traduzione, pura e semplice. Tradurre, ci dice, è un’equazione a tre variabili: caso, amore e logica, ricalcando non a caso il titolo di un celebre saggio di Charles Sanders Peirce. La logica sono i vincoli oggettivi del testo di partenza, quelli che non si possono ignorare e che il traduttore deve superare con la riflessione e lo studio; il caso è il pensiero divergente, laterale, quella scintilla creativa che si accende proprio quando i vincoli si fanno più opprimenti; l’amore, infine, è ciò che crea l’equilibrio che tiene insieme le prime due variabili, facendoci trovare il giusto mezzo tra il rispetto per il testo che si sta traducendo e la dedizione di colui e colei che, lavorandoci, finisce per sentirlo proprio. Nasi ci racconta perfino la storia meravigliosa di Douglas Hofstadter, che “out of love”, come dice lui stesso, ha trascritto a mano un intero libro, prima di tradurlo: un gesto che è quasi una dichiarazione d’amore, un lungo fidanzamento, tanto che, secondo Hofstader, il lavoro del traduttore prevede di “marry beautiful books”, sposare libri meravigliosi. Per amore, appunto.
Ma la creatività, braccio destro di ogni traduttore, non è sempre estrosa, spontanea, sincera: è spesso frutto di uno studio estenuante, e può essere anche calcolo, artificio, persino inganno, come avverte Stefano Bartezzaghi nel suo L’Elmo di don Chisciotte. Per questo quando si arriva alle difficoltà supreme (gli anagrammi, i giochi di parole, le asperità da mantenere in un’altra lingua) la domanda diventa inevitabile: come si orientano le intelligenze artificiali di fronte a questi enigmi? Possiedono in sé questa creatività anfibola? Sanno giocare, le macchine? Sanno ingannare?
Per concludere la sua lezione, Nasi ci parla di Ozymandias di Shelley, sonetto che ha generato traduzioni radicalmente diverse tra loro, ciascuna il frutto di un’interpretazione personale e irripetibile. È proprio questa varietà a mettere in crisi l’idea di una traduzione “assistita”, o collaborativa con l’IA: affidarsi alla macchina inevitabilmente appiattisce quella pluralità, frutto dell’applicazione di numerosi estri diversi, orientando il lavoro verso l’efficienza e il risparmio, più che verso la qualità. La macchina, in fondo, è solo logica – e tra l'altro una logica manchevole, priva di contesto e individualità: le manca il caso, e le manca l’amore. Le due variabili più importanti, quelle che, forse, rendono la traduzione un’arte umana vera e propria.