Il passato non è mai passato
La storia può ancora offrire gli strumenti necessari per interpretare il presente oppure è destinata a riproporre errori già commessi?
Da questa domanda ha preso avvio Historia magistra vitae, l’incontro di Festivaletteratura che ha riunito in Piazza Castello la storicaBruna Bagnato, la scrittrice e traduttrice Elvira Mujčić e la giornalista Cecilia Sala.
A guidare il confronto è stato Neri Marcorè, conducendo il pubblico attraverso tre differenti prospettive: quella di chi studia il passato negli archivi diplomatici, quella di chi ha vissuto la guerra sulla propria pelle e quella di chi racconta gli eventi mentre accadono.
Il punto di partenza è stato il confine, tutt’altro che netto, tra storia e memoria.
Secondo Bagnato, non esiste una ricostruzione completamente oggettiva: gli storici interrogano infatti il passato a partire dalle domande e dalle sensibilità del proprio tempo. La storia diventa così un’incessante rielaborazione degli eventi, le cui conclusioni rimangono aperte e possono essere rimesse in discussione. Anche i documenti, apparentemente neutrali, restituiscono risposte diverse a seconda delle domande con cui vengono consultati. Alcuni elementi, tuttavia, conservano una particolare continuità: tra questi la geografia, che permette di comprendere molte delle scelte e delle vicende attraversate da un Paese.
Se la storiografia necessita di distanza, il giornalismo si confronta invece con la storia nel momento stesso in cui si compie. Sala ha sottolineato il valore delle vicende individuali, capaci di mostrare il prezzo pagato dalle persone e di dare una dimensione concreta ai grandi eventi. Il lavoro del racconto consiste allora nel trovare storie particolari che possiedano una portata universale.
A questo proposito è stato ricordato l’incontro avvenuto in Ucraina con un anziano veterano dell’Armata Rossa, sopravvissuto ai bombardamenti russi. Aveva combattuto contro il nazismo e si trovava, molti decenni dopo, sotto le bombe di un’invasione presentata dal Cremlino come un’operazione di “denazificazione”.
La sua esperienza personale era sufficiente a incrinare la propaganda:
«Morire è terribile, avere paura di morire è terribile, non sapere perché lo stai facendo deve essere ancora più terribile».
Attraverso una singola voce diventavano visibili le contraddizioni e il dolore di un’intera guerra.
Il rapporto tra memoria e scrittura è stato al centro dell’intervento di Mujčić, costretta nel 1992 a lasciare Srebrenica e a confrontarsi, nei propri libri, con la dissoluzione della Jugoslavia e con le conseguenze del conflitto. Scrivere in italiano, una lingua diversa da quella materna, le ha permesso di prendere le distanze dal trauma e di raggiungere luoghi della memoria altrimenti difficili da affrontare:
«Scrivere serve anche a nominare le cose che non ci sono più.»
ha spiegato: significa restituire un nome a un Paese scomparso e lasciare una traccia di ciò che è stato. Il confronto si è quindi spostato sul presente, dal ritorno dei nazionalismi al riarmo europeo. Bagnato ha ricordato come la corsa agli armamenti abbia preceduto la Prima guerra mondiale, mentre durante la Guerra fredda la crescente potenza degli arsenali produsse anche un effetto deterrente. La storia, tuttavia, non fornisce modelli da applicare automaticamente: le condizioni politiche cambiano e ogni paragone richiede prudenza. Il riarmo contemporaneo, inoltre, rischia di trasformarsi in uno strumento per rilanciare settori industriali in crisi, separandosi da un autentico progetto politico comune.
Per comprendere una guerra, l’attenzione non dovrebbe concentrarsi soltanto sui combattimenti e sui bollettini quotidiani, ma anche sulle condizioni che l’hanno resa possibile.
«Che cosa sia la guerra lo sappiamo benissimo»
ha osservato Mujčić: ciò che occorre indagare è il processo che conduce fino al punto in cui tornare indietro diventa impossibile. Per questo il prima delle cose ci dice sempre tantissimo sulle cose. Rileggere giornali, discorsi politici e telegiornali degli ultimi anni della Jugoslavia consente di riconoscere i segnali che precedettero la catastrofe e di interrogare, attraverso di essi, anche l’Europa di oggi.
L’incontro si è chiuso con una riflessione sull’insegnamento. Le generazioni più giovani rischiano di non conoscere eventi recenti come le guerre nei Balcani o l’11 settembre, perché troppo vicini per occupare uno spazio adeguato nei programmi scolastici e ormai troppo lontani per appartenere alla memoria personale. Studiare la storia contemporanea diventa invece urgente in una fase in cui le regole del diritto internazionale vengono apertamente messe in discussione.
La storia, dunque, non consegna risposte definitive e non impedisce da sola il ritorno della violenza. Può però riconoscere i segnali, smontare la propaganda e togliere a chi ripete il male l’alibi di non aver saputo. È forse in questa capacità critica, più che nella promessa di offrire lezioni già pronte, che continua a essere maestra di vita.