10 | 09 | 2026

Italia - Paese di Santi, di Poeti e di Ipocriti consumatori

Romanzi noir per vedere l'oscurità in noi e nella nostra società economo-centrica, nella speranza di uscirne migliori, o almeno più empatici

Cosa accomuna due scrittori all’apparenza tanto diversi come Tullio Avoledo e Maurizio Torchio, distanti persino geograficamente, agli estremi del nord Italia, l’uno nel periferico Friuli e il secondo in Piemonte? La risposta di Carlo Lucarelli è spietata: questi due sono dei gran rompiscatole, e i loro romanzi non danno pace al lettore che li aveva acquistati per trascorrere un placido pomeriggio in poltrona. Celate dietro l’accattivante etichetta di romanzi noir, le storie narrate da Avoledo e Torchio pungolano chi le legge rompendo l’incanto dell’Italia come Belpaese, intrufolandosi in quei punti nascosti che ne disvelano il marciume. Il nostro è un Malpaese, ma per motivi che vanno oltre la criminalità organizzata, la corruzione e il clientelismo: il male è in ognuno di noi, e i due autori non si tirano indietro quando si tratta di mettercelo sotto il naso.

Quindi, anche se entrambi sono concordi sul fatto che la definizione di noir serva più a collocare comodamente le loro opere sugli scaffali piuttosto che essere esplicativa del loro contenuto, accettano volentieri questa etichetta, con l’approvazione di Lucarelli che del genere è un maestro. E in fondo, più che appartenenti allo stesso genere, gli ultimi due libri di Tullio Avoledo con protagonista l’avvocato Contrada, e la nuova pubblicazione di Maurizio Torchio si richiamano tra loro per il medesimo uso avvolgente della tensione, per la costruzione attorno alla storia principale di una spirale narrativa che imbriglia il lettore e non gli lascia tregua. Per loro il noir è il racconto del Male, è il rifiutarsi di mettere la testa sotto la sabbia, è costringersi a guardarlo in faccia, perché per vederlo non si deve essere né perfetti né buoni.

Il male può assumere le forme più inattese, si nasconde dietro le nostre mistificazioni quotidiane che non ci fanno sentire colpevoli di crimini, persone atroci e crudeli, anche se forse le nostre azioni sottendono una qual forma di violenza.

Ad esempio, il dibattito sull'etica delle nostre abitudini alimentari è abbastanza moderno. Nessuno fino a trent’anni fa avrebbe considerato disdicevole essere carnivori, eppure cosa c’è dietro a una bistecca bell’e pronta nel banco frigo di un supermercato? Oggi ce lo domandiamo, e La peggior specie (Sellerio, 2026) di Maurizio Torchio ce ne dà un’idea precisa. Ambientato nelle Langhe, territorio di grandi eccellenze, in cui cibo e vino vengono elevati al grado di food experience, un importante allevamento e mattatoio di maiali è messo in crisi da alcuni video girati clandestinamente negli stabilimenti, diffusi sulle reti televisive nazionali. Un investigatore privato, un Mister Wolf piemontese, dovrà trovare il modo di mettere a tacere lo scandalo. Si può immaginare cosa contengano tali video presenti nella finzione letteraria di Torchio. Anche se non vorremmo pensarci, abbiamo tutti gli strumenti per essere consapevoli del trattamento che riserviamo agli animali e che fa degli esseri umani degli ottimi candidati al titolo di Peggior specie. Quantomeno, a detta dell’autore.

Il concetto stesso di specie, la definizione che noi diamo degli altri esseri viventi, i bisogni che su di loro proiettiamo, concorrono a definire anche noi umani. E il vero punto non è stabilire degli standard di purezza morale, ma piuttosto porsi delle domande: il libro non ha una tesi da infilare a forza nella bocca del lettore, non impone cosa pensare, piuttosto impedisce di non pensare. Il rapporto che intratteniamo con gli animali è mutevole. Nel tempo non ci si poneva alcun problema nel mangiarli, declassandoli a esseri che non sentono nulla; poi la scienza ci ha confermato che, in effetti, anche maiali e mucche hanno una sensibilità, ma non capiscono quel che accadrà loro, se li si uccide bene. E se un domani venisse dimostrato che le loro capacità cognitive sono paragonabili alle nostre, quanto ci sentiremmo assassini? Quanto facilmente ci definiremmo cattivi? Inoltre, forse non è un’ottima strategia appellarsi alla scarsa intelligenza degli animali per stabilire che possono essere passibili di un trattamento poco etico. Soprattutto ora che entità di carbonio e silicio sono destinate a essere considerate più intelligenti di molta parte della popolazione umana. Potrebbe non farci piacere scoprire che, in un sistema del genere, la misura della nostra dignità di uomini si basa sulle nostre capacità intellettive.

Ad essere inquinato è il sistema in cui viviamo, che ha eletto l’economia a cardine imprescindibile della nostra società, e ogni suo elemento è trasformato in merce. Anche gli uomini.

La macchina nella quale siamo immersi vuole tutti noi come consumatori che alimentino i cicli produttivi, perché in fondo ad essere problematico non è quello che mangiamo, ma l’avidità con cui lo facciamo. Fare chiarezza sui meccanismi malati, sul Malpaese che si manifesta anche in piccole realtà all’apparenza virtuose, è in parte lo scopo della letteratura. L’impegno civico e la speranza di far luce dove vige l’oscurità, o l’occultamento, è la missione di Tullio Avoledo, che ha assegnato al suo protagonista un destino da Robin Hood piuttosto singolare.

Personaggio sfaccettato e contraddittorio, l'avvocato Vittorio Contrada viene da una ricca famiglia di squali della giurisprudenza, e lo è stato anche lui fino a che non ha cambiato vita per mettersi al servizio di cause pro bono. La sua trasformazione in "squalo vegano", come lo aveva definito un suo collega, lo ha condotto a rincontrare persone ormai dimenticate del suo passato, che consegnano al protagonista degli squarci sul Malpaese. Nel primo romanzo Come si uccide un gentiluomo (Neri Pozza, 2025), è un suo vecchio amico a portarlo sulle tracce di una storiaccia friulana, un criminale sfruttamento del fiume Tagliamento per scopi di lucro privati. Mentre nel secondo romanzo Ultimo valzer di una ragazza per bene (Neri Pozza, 2026) una vecchia fiamma lo mette in contatto con la realtà delle ragazze che accettano lo sfruttamento del loro corpo per ottenerne un tornaconto economico; anche in quest’opera l’intreccio mischia le indagini di Contrada con temi ambientali, questa volta incentrati sulla pesca del tonno nel Mediterraneo e i suoi effetti disastrosi. Vittorio non è un puro, né un rivoluzionario, anzi si tiene ben stretti i privilegi ereditati dalla ricchezza paterna, ma a un certo punto ha operato una scelta, ha messo in discussione il senso della sua professione, che non poteva più essere nell'ambito del diritto societario, dove la finanza fa il bello e il cattivo tempo con la vita dei lavoratori.

Nell'accettare i grigi che abbiamo in noi, nell'avere il coraggio di ammettere le proprie storture, crudeltà e violenze, c'è il potenziale della redenzione. E la letteratura che ci turba nel rivelarci quel che non vogliamo vedere, il nostro lato noir, ci induce a riconsiderare i personaggi ammaccati, imperfetti, che in compenso sanno calarsi nella vita altrui meglio di quelli dalla morale impeccabile. Nell'esercizio dell'empatia c'è la via di fuga dalla disumanità.

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