10 | 09 | 2026

L'anima gotica della giungla colombiana

Pilar Quintana, star del gotico tropicale, racconta i suoi luoghi e i principi cardine della sua scrittura

Negli ultimi decenni, il gotico sembra essere il genere più riscoperto e reinterpretato in tutto il mondo: dal fenomeno del Southern Gothic, al gotico mediterraneo, a Mexican Gothic di Silvia Moreno-Garcia, qualcosa in quelle atmosfere cupe diverse affascina ogni tipo di pubblico. Così il gotico viaggia dai castelli inglesi, tra le paludi texane, al Pacifico colombiano del gotico tropicale di Pilar Quintana, autrice che si racconta in dialogo con Ludovica Lugli, con traduzione di Giovanna Melloni, in Mi ritrovai per una selva oscura.

I suoi romanzi, tradotti in italiano da La Tartaruga - La cagna, finalista ai Book Awards, Gli abissi, vincitore del premio Alfaguara e il recentissimo Notte nera- hanno come protagoniste figure femminili diverse per età, classe sociale, colore della pelle e collocazione spazio temporale, ma accomunate sia dal modo in cui si trovano a dover affrontare delle oscurità profonde, che dal luogo in cui vivono: il Pacifico colombiano. L’incontro inizia con un’ode alla regione, che l’autrice chiaramente ama. Quintana ha vissuto lì nove anni, costruendo una casa sull’orlo della foresta con l’ex marito irlandese, proprio come Rosa, la protagonista di Notte nera. L’esperienza biografica segna per Quintana, che si definisce una scrittrice che prende dal reale senza entrare nell’autofiction, la necessità di raccontare il luogo nei suoi romanzi. La narrazione della dimensione autobiografica si intreccia con un senso di responsabilità di parlare di una zona che molti colombiani stessi non conoscono. Il Pacifico colombiano infatti è un luogo “nascosto” sia per un motivo geografico, essendo dominato da natura selvaggia e inospitale, che relativo alla popolazione. Lì infatti vivono tradizionalmente comunità autoctone, come neri fuggiti dalle piantagioni di zucchero o portati dagli spagnoli per lavorare nelle miniere d’oro.

Così per Quintana nasce la «necessità di parlare delle cause dell’esclusione di queste popolazioni

«Il contesto sociale non è solo uno sfondo della mia storia, ma un elemento centrale. Sentivo di dover distruggere gli stereotipi sul pacifico colombiano.»

Parlando di paesi non-occidentali, non si può non fare i conti con gli studi postcoloniali, e l’esotizzazione dei luoghi naturali. L’autrice si è confrontata di persona col problema della romanticizzazione: aveva fatto proprio lo stesso errore.

Quando lascia la sua città natale di Cali viaggia per anni, arrivando a fare la volontaria per cinque mesi in un rifugio per animali selvatici in Bolivia. Tra i volontari c’erano moltissimi europei, tra cui l’autrice ricorda un certo tedesco di nome Jonas, che si presentò, quando dovevano addentrarsi nella giungla, senza scarpe. Quintana lo guardò sbigottita, scioccata dall’ingenuità che romanticizza la giungla come un yoga retreat, eppure anche lei descrive di essersi immaginata quei giorni come un periodo di totale immersione nella natura, in cui avrebbe utilizzato solo prodotti completamente naturali, lasciandosi indietro l’inutile modernità. Solo due settimane, era difficile dire chi dei due stesse peggio, e Quintana si rifugiò subito nel piccolo supermercato della cittadina più vicina al rifugio. Lì, oltre agli antibiotici, comprò ogni tipo di veleno per difendersi dalla natura. Aveva avuto un’illuminazione: «avevo capito che se volevo vivere nella natura, dovevo armarmi di machete e combatterla. Io sono qui, non ti lascerò fare di me quello che vuoi.»

Allora non ne era consapevole, ma si dichiara contenta di aver portato con sé il tema dell’assidua lotta contro la natura nelle sue opere.

La giungla è anche il luogo per eccellenza del gotico tropicale di Quintana. Nonostante l’autrice identifichi i suoi romanzi con il termine gotico, per quanto riguarda i temi e le immagini, insiste che i lettori non considerino il gotico sudamericano e tropicale come un fenomeno recente. Al massimo, di recente categorizzazione.

Mentre gli studiosi battezzano la nascita del gotico tropicale con La casa di Araucaíma di Álvaro Mutis, che scrive la novella in quindici giorni nel 1978 come provocazione all’amico e regista spagnolo Luis Buñuel, che aveva affermato che il gotico potesse esistere solo in Europa, poiché necessita del freddo. Per Quintana, il gotico è parte integrante della cultura colombiana: tutti i colombiani leggono a scuola il romanzo María, pilastro del Romanticismo di Jorge Isaacs, pubblicato nel 1867, che si apre con colori e atmosfere all’opposto del gotico. Eppure, nell’ultima parte del romanzo, il protagonista torna da viaggio a Londra ed è costretto ad attraversare la Cordigliera per tornare a casa. Qui il romanzo cambia tono: vi sono serpenti spaventosi, vampiri, atmosfere cupe e malinconiche. Per Quintana, già da questo classico, si possono trovare le radici del gotico in Colombia.

Come vuole rielaborare e far conoscere la natura e il gotico tenendo come bussola le sue esperienze personali, Quintana racconta nei suoi romanzi, in modo tremendamente onesto, la maternità. Si tratta di un tema inesauribile, che ha molte sfaccettature oscure e, soprattutto, su cui «si dicono tante balle.» Evoca l’immagine delle pubblicità che mostrano giovani madri magrissime, con pelle, trucco e capelli perfetti, un sorriso stampato sul volto, che allattano serenamente. La realtà è diversa:

«Il desiderio di diventare madre è venuto a 39 anni e quando ho tenuto mio figlio tra le braccia mi sono chiesta “ma perché l’ho fatto?”»

Volere o non volere un figlio è una questione complicata, irriducibile a questi due stati. Quante volte, l’autrice interpella il pubblico, una donna ha un figlio ma se ne pente? Quante volte rimane incinta contro la sua volontà ma non ha il coraggio di abortire? Questi sono i lati oscuri della maternità. Non a caso in La cagna, ad esempio, la protagonista realizza, oramai ad un’età troppo avanzata, che desidera avere un figlio. Non potendo rimanere incinta, adotta una cagnolina per soddisfare questo vuoto.

Pilar Quintana lascia il pubblico con il suo mantra universale la sua stella polare dell’esperienza personale: «Quando parlo di me, parlo di esseri umani. Quando uno scrittore parla di sé, parla di tutti.»

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