11 | 09 | 2026

Lingotti d’oro lesivi e il potere dirompente delle parole

Natasha Brown con il suo romanzo “Universality” ci porta dietro le quinte di un fatto sconvolgente e di tutte le sue ripercussioni giornalistiche e umane, interrogandosi sull’impatto del linguaggio nella creazione di strutture di influenza e potere.

Fa più male un colpo secco alla testa con un lingotto d’oro del valore di mezzo milione o una manciata di parole ben pensate?

Sottovalutare l’incidenza del linguaggio all’interno delle dinamiche della nostra vita è un peccato terribilmente umano, un impulso fallace che ignora le costellazioni di potere che ruotano servizievoli attorno alla comunicazione. Il panorama contemporaneo, assuefatto da tecnologie onnipotenti e permeato di un perbenismo stucchevole a cui tutti devono aderire per ambire a un posto alla tavola dei potenti, diventa una trincea mediatica in cui non si può far altro che usare le parole come munizioni, bombe ad orologeria che hanno questa dicotomica qualità distruttiva e, allo stesso tempo, generativa, consacrandosi come le vere forze egemoni del nuovo secolo.

È proprio in quest’ottica, nel suprematismo del linguaggio come arma per difenderci e attaccare il presente, che Natasha Brown, acclamata scrittrice londinese, si inserisce con il suo secondo, elettrizzante romanzo Universality (edito NNE), nominato al Booker Prize 2025. Un libro peculiare, raffinato, che può inizialmente apparire caotico, ma, in realtà, è il prodotto di una minuziosa ricerca e di un’architettura a matriosca che necessita di una penna audace e ingegnosa, che sappia spingersi nelle zone più eticamente grigie della nostra società, affondarci i denti e farci gustare la sua imperfezione con ironia e sagacia.

Strato dopo strato, grazie anche alle lucidissime riflessioni di Nadeesha Uyangoda che guida la discussione con l’autrice sullo sfondo magico di Teatro Bibiena, riusciamo a intravedere il cuore di questo romanzo che, contro ogni previsione, risulta essere meno galvanizzante delle strutture che lo circondano. Quello che anima la scrittura della Brown non è la risoluzione di una trama, o la ricerca di una verità univoca e semplicistica, ma la volontà, tipicamente investigativa, di dissezionare con un bisturi affilatissimo le intricate dinamiche di potere che si creano, si intrecciano e si sciolgono grazie e per colpa delle parole. In questa rocambolesca indagine, l'autrice si sbizzarrisce e gioca con i generi, aprendo il romanzo con un vero e proprio articolo d’inchiesta su un lingotto d’oro usato come arma e poi rubato (che si può trovare, in una mossa dal gusto tutto metaletterario, sulla rivista online fittizia Alazon), e sperimentando con un linguaggio di impronta fortemente giornalistica, instillando dubbi, attraverso una satira caustica, sulla validità della concezione manichea per la quale alla scrittura cronachistica si debba attribuire una sorta di autorità, di verità aurea, e a quella di un romanzo si colleghi un senso di diffidenza, di ambiguità.

La lenta corrosione del giornalismo come trascrizione della pura, incontaminata realtà nutre l’idea disincantata e profondamente cinica che la manipolazione delle parole all’interno del discorso pubblico in base a futili, venali necessità, sia, dunque, alla base di ogni grande gioco di potere.

Lenny, il personaggio più polarizzante di questo romanzo, un’editorialista di successo, populista anti-woke politicamente scorretta, è l’unica che mette a fuoco questa intuizione e la sfrutta all'interno dei suoi pezzi, trovando la chiave giusta per dar voce a idee riprovevoli e spesso grottesche, ma mantenendosi comunque umana.

Universality è un libro polifonico, picaresco, esilarante, che rifiuta la sterile oggettività e acclama la dittatura delle parole, piccoli marchingegni mutevoli che hanno il potere di cambiare il mondo.

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