10 | 09 | 2026

Non si può più dire niente? O, forse, dobbiamo solo capire cosa stiamo dicendo

Una lezione di Federico Faloppa per guardare alle parole che usiamo con consapevolezza e cura, senza rinunciare alla libertà.

Quando una critica diventa un insulto? E quando un insulto diventa discorso d’odio? La risposta non sta soltanto nelle parole che scegliamo, né nel tono con cui le pronunciamo. Conta il contesto, conta chi parla e a chi si rivolge; conta il rapporto di potere tra gli interlocutori e, soprattutto, ciò che determinate parole producono nello spazio pubblico. Il quadro è complesso e, nel dibattito contemporaneo, la confusione non manca: da una parte c’è chi teme che la crescente attenzione alle parole finisca per restringere la libertà di espressione; dall’altra, chi ricorda che anche il linguaggio può diventare uno strumento di esclusione e di sopraffazione.

Proprio fra questi due poli si colloca il lavoro di Federico Faloppa, linguista e docente di Language and Discrimination all’Università di Reading, nonché consulente del Consiglio d’Europa sui discorsi d’odio: mettere a disposizione di un pubblico ampio anni di studi sugli stereotipi, sulla costruzione linguistica della diversità e sul rapporto fra lingua e potere significa, prima di tutto, fornire gli strumenti per distinguere ciò che troppo spesso viene ricondotto indistintamente alla categoria dell’«odio».

In questa direzione va Disarmare le parole, la lezione orizzontale condotta da Faloppa al Festival, a partire anche dal suo più recente Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio (2026). Il pubblico è invitato a interrogarsi sul rapporto fra parole, potere e democrazia e sulla necessità di riconoscere le diverse forme che può assumere il linguaggio conflittuale. L’invito ad «abbassare i toni» non equivale infatti a chiedere di eliminare il dissenso: una parola aspra può essere necessaria per denunciare un’ingiustizia, così come una critica può essere dura senza per questo trasformarsi in un attacco alla persona. Il problema nasce quando la forza del linguaggio non serve più ad aprire il confronto, ma a chiuderlo.

Per mettere alla prova queste distinzioni, il pubblico si confronta con alcune frasi e prova a classificarle: si tratta di critica, aggressività, violenza o discorso d’odio? L’esercizio rende però subito evidente quanto sia difficile tracciare una linea netta. Una critica può essere aspra senza colpire la persona; un’espressione aggressiva può non contenere alcun riferimento a un gruppo; altre formulazioni, invece, trasformano una caratteristica individuale in un motivo per escludere, silenziare o disumanizzare.

Non è quindi la sola intensità del linguaggio a determinare la natura di un discorso, ma ciò che quel linguaggio costruisce nella relazione fra chi parla e chi ascolta.

Anche l’insulto, in questo quadro, merita una distinzione. Nel TEDx Perché insultiamo gli altri?, il linguista Filippo Domaneschi osserva come l’insulto abbia una funzione sociale: oltre a offendere, può ritualizzare l’aggressività e permettere di scaricarla senza arrivare alla violenza fisica.

Questo non rende innocua una parola offensiva, ma aiuta a comprendere perché insulto e discorso d’odio non coincidano: nel secondo caso, infatti, la parola colpisce una persona in quanto appartenente a un gruppo, delegittimandola e restringendone la possibilità stessa di partecipare ad una discussione. Fra gli strumenti più potenti ricordati da Faloppa ci sono le metafore deumanizzanti, che trasformano le persone in animali, malattie, parassiti o macchine; quando questo accade, il linguaggio non si limita più a descrivere un avversario, ma lo colloca fuori da una comunità di interlocutori, rendendo più difficile riconoscerlo come qualcuno con cui confrontarsi. È proprio in questo passaggio che il discorso d’odio può assumere una particolare forza: non si limita a colpire qualcuno con una parola, ma può sottrargli spazio, negargli legittimità e rendere più difficile la sua partecipazione alla discussione pubblica.

Non si tratta, del resto, di una questione emersa soltanto negli ultimi anni. Il Consiglio d’Europa lavora sul tema dei discorsi d’odio da decenni e già nel 2013 metteva in relazione il problema dell’odio nel linguaggio con le responsabilità della democrazia e con le «zone grigie» del discorso pubblico. Oggi questo lavoro trova una formulazione più articolata nella Raccomandazione CM/Rec(2022)16, che distingue diversi livelli di gravità e prevede risposte proporzionate, non soltanto penali, ma anche civili, amministrative, educative e sociali. Anche il diritto traccia alcuni confini. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, mentre la giurisprudenza ha elaborato il principio della continenza per stabilire i limiti del diritto di critica: una critica può essere dura, severa e polemica, purché resti pertinente e non si trasformi in un’aggressione personale gratuita. A questo quadro si aggiungono, sul piano penale, l’articolo 604-bis e ter, ma non tutto ciò che ferisce, offende o contribuisce a creare un clima ostile arriva davanti a un giudice.

Esiste infatti una zona molto più ampia in cui le parole possono produrre conseguenze sociali e culturali senza costituire un reato, ed è qui che entra in gioco la piramide dell’odio: alla base stanno stereotipi, pregiudizi e generalizzazioni che possono sembrare lontani dalle forme più gravi di discriminazione, ma contribuiscono a renderle pensabili e accettabili. La storia delle parole conta; come ricordava Tullio De Mauro in Le parole per ferire, anche termini apparentemente neutri possono assumere una funzione offensiva attraverso gli usi, gli stereotipi e le discriminazioni che hanno accumulato nel tempo. Il dizionario, da solo, non basta a fotografare la complessità del caleidoscopio di verità dietro ad ogni singola parola.

Per questo disarmare le parole non significa disincentivare il conflitto positivo, che è parte della vita democratica e non può essere sostituito da una generica richiesta di gentilezza: una democrazia ha bisogno di critiche dure, di dissenso. Ha però bisogno anche di mantenere aperto lo spazio nel quale quel conflitto può essere espresso e discusso. La questione è allora capire quando il linguaggio mantiene aperto uno spazio comune e quando comincia a restringerlo, stabilendo chi può essere ascoltato e chi deve esserne escluso. La parola pubblica non è soltanto il mezzo attraverso cui una società discute: è uno degli spazi in cui quella società decide, ogni giorno, chi riconoscere come interlocutore. Prendersene cura significa quindi difendere la possibilità stessa del confronto, senza confondere il rispetto con il silenzio e il conflitto con la violenza.

È forse in questo senso che acquista peso il richiamo finale di Federico Faloppa a Tony Judt, che ricordava che la parola è parte di ciò che rende possibile la vita insieme, costituendo uno spazio pubblico che, proprio come ogni altro spazio condiviso, può essere abitato e coltivato, oppure trascurato e progressivamente eroso. La cura della parola pubblica non consiste allora nel renderla innocua o eliminarne ogni asprezza, ma nel mantenerla abitabile: abbastanza libera da permettere il dissenso, abbastanza consapevole da non trasformare l’altro in un nemico senza voce. Perché quando le parole si impoveriscono, si consumano o vengono usate per espellere qualcuno dalla conversazione, non si perde soltanto un modo di parlare; si restringe invece lo spazio nel quale una comunità può ancora riconoscersi come tale.

E, con le parole di Judt:

«Se le parole cadono in rovina, che cosa prenderà il loro posto? Sono tutto quello che abbiamo».
Festivaletteratura