Senza più violenza né vergogna
Due storie diverse, unite da una stessa scelta: non ritirarsi nel silenzio del lutto e del trauma, ma trasformare un dolore privato in un discorso pubblico. Gino Cecchettin è il padre di Giulia, uccisa a ventidue anni dall'ex fidanzato: da allora parla di violenza e cultura del possesso nelle scuole, nelle piazze e, da ultimo, nel suo Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia (Rizzoli, 2024, con Marco Franzoso). Gisèle Pelicot è sopravvissuta a dieci anni di sottomissione chimica per mano del marito, che la drogava per farla violentare da decine di uomini conosciuti in rete. Scoperta la verità, ha scelto contro ogni previsione di rinunciare all'anonimato e ha chiesto che il processo si svolgesse a porte aperte, davanti alle telecamere. È una sua frase pronunciata in aula a dare il titolo all'incontro e il sottotitolo al suo libro, Un inno alla vita: «la vergogna deve cambiare lato» (Rizzoli, 2026).
A condurre il dialogo, in una Piazza Castello gremita, è Ilenia Caito, che sceglie di non soffermarsi sui dettagli delle due vicende, già accertati nelle aule di giustizia, per concentrarsi su una domanda sola: come si sposta concretamente il peso della vergogna da chi lo porta a chi dovrebbe portarlo?
Cecchettin, accolto da un lungo applauso («forse non sono così pericoloso come qualcuno dice», scherza), sposta lo sguardo più indietro. Il dolore che ha vissuto, spiega, nasce da una violenza che esiste nella società e che in alcuni uomini prende la forma di una mascolinità tossica:
«È giusto parlare della vergogna, ma concentrarci sul passo precedente», fermare la violenza prima che accada.
Pelicot racconta di aver portato il peso della vergogna per tutta la durata del processo al marito e ai violentatori. Quel peso, ancora oggi, resta sulle spalle di tutte le vittime di violenza sessuale, milioni di donne nel mondo. Pelicot ha capito nel tempo che quel peso non lo doveva portare lei, ma chi aveva commesso quelle violenze indicibili, e così ha deciso di aprire le porte del processo. Durante le udienze riceveva migliaia di lettere, che leggeva nelle pause: «Percepivo che le cose stavano cambiando», ha detto. Da lì per Pelicot nacque un senso di responsabilità verso tutte le donne che hanno paura, perché la paura paralizza e impedisce di parlare, in una società patriarcale che tende a zittirle. «Non siete sole» è il messaggio che ripete.
Anche Cecchettin percepisce il suo impegno con responsabilità, soprattutto nei confronti dei suoi figli Elena e Davide:
«Il dolore per Giulia è ancora qui con me, così forte da chiedersi come si faccia a stare in piedi, ma quando guardo Elena e Davide tornano le responsabilità di genitore». «Anche loro - ha aggiunto - hanno diritto a un futuro di felicità».
L'esposizione mediatica di Cecchettin e Pelicot è costata loro anche qualche critica, come ha ricordato Caito. La compostezza letta come freddezza, il dolore mostrato scambiato per spettacolo, sono altri segni di un processo perverso in cui, ancora una volta, è chi subisce violenza a dover provare un senso di vergogna. Ma Cecchettin non giudica chi lo giudica e pensa solo al ricordo di Giulia:
«Tra me e voi adesso c'è lei: se non ci fosse, non ci sarebbe l'emozione che si è sentita fin dall'inizio di questo incontro. E quella emozione è vita».
Anche Pelicot è sicura della strada pubblica che ha percorso:
«So da dove vengo e so dove vado».
Quale prospettiva, dunque, per un futuro senza violenza né vergogna? Di fronte alla violenza, ha detto Cecchettin, non esiste una posizione neutra, e chi si chiama fuori in qualche modo ne è parte. Il futuro deve fondarsi su un'educazione affettiva all'amore, e «amare è donare». Gelosia e possesso sono cose diverse dall'amore. Pelicot, che prima di questa storia non si considerava una femminista radicale, è convinta che il cambiamento sia già in atto: incontra ogni giorno uomini che la ringraziano per aver cambiato il modo di guardare le proprie figlie.
Il passato non si può cambiare, dice Cecchettin, il futuro sì: bisogna fare in modo che nessun altro padre viva ciò che ha vissuto lui. E sulla vergogna, chiude Pelicot: oggi non le appartiene più.