Veneto mon amour (o no)
Un modo di dire che ogni tanto ritorna popolare vuole che sia possibile “togliere una persona dalla provincia, ma non la provincia dalla persona”. Ci sono province, in effetti, che ti rimangono addosso più delle altre. Nel caso dei romanzi di Nicole Trevisan (Malefica) ed Enrico Trevisiol (Un eroe dei nostri tempi), un personaggio abbastanza ingombrante non è una provincia, ma la provincia di una regione specifica: il Veneto. Alessandra Castellazzi traccia così una prima mappa di due romanzi apparentemente molto diversi, che condividono un approccio comune a temi esistenziali, forse forgiato proprio da questo vissuto veneto condiviso: «e se da un lato in Malefica ho riconosciuto Medea e Fleabag, in Un eroe dei nostri tempi c’è The Office che incontra La coscienza di Zeno».
Quali che siano i genitori putativi dei due romanzi, i figli raccontati nelle loro pagine sono due trentenni degli anni 20 del 2000, alle prese con la precarietà abitativa da un lato e lavorativa dall’altro. In entrambi i casi, in piena crisi esistenziale.
«La precarietà ha specificità locali», racconta Nicole Trevisan, «essere precari in una grande città non è come esserlo in piccoli centri di provincia. E in effetti l’idea del romanzo nasce da una serie di irrisolti che emergevano dalle chiacchiere con gli amici all’aperitivo: il mondo ci voleva risolti, l’universo ci diceva che non lo eravamo, e noi sentivamo la responsabilità di esserlo e non lasciare la patata bollente ai Gen Z». Ma c’è una sfumatura in più, nel precariato della provincia veneta:
«la cultura del lavoro è tradizionalmente così centrale, che la precarietà lavorativa ti trasforma in “quella che non”: quella che non fa un lavoro, che non porta nessuno a casa, che non si sposa, che non compra casa. E il problema sta tutto lì: nel non fare».
A questo aspetto fattivo del precariato, Trevisiol aggiunge la solitudine amplificata della mancata condivisione con gli altri delle domande e dei dubbi che questa vita precaria suscita nei protagonisti e nelle persone. Per questo nel suo romanzo ci sono «molti monologhi interiori, perché abbiamo smesso di parlarne insieme».
Eppure in entrambi i romanzi i protagonisti non sono soli: contengono un aspetto di incontro e scontro con altre generazioni. Nel romanzo di Trevisiol, il nonno, grand viveur, cerca di distogliere il protagonista dall’ossessione del lavoro e di trovare risposte leggere a problemi che scavano profondamente nel nipote. In Trevisan, al contrario, la convivenza tra generazioni è segnata dallo scontro, una dinamica di crisi però necessaria per attraversare la «regressione emotiva del ritorno a casa dei genitori, dove tutto sembra una pantomima del passato da cui non si riesce a uscire», e che infine ti porta ad accettare il punto di vista del genitore come un punto di vista comprensibile perché umano, e come tale legittimato ad essere diverso o sbagliato. Parte di queste famiglie è anche il Veneto stesso: in Malefica, il legame con la terra – la cui coltivazione ha permesso ad Aurora e al fratello di non doversi legare all’agricoltura loro stessi – diventa una «calamita cosmica che la schiaccia in basso”, mentre è alla ricerca di capire cosa vuole veramente» (e non si rende conto che è legittimo non saperlo ancora, nonostante l’età). Il bisogno suo, e, in maniera diversa, del fratello, di elevarsi da questa dimensione contadina, questa tensione, è «all’origine della marcescenza alle radici del problema». Al contrario, in Un eroe dei nostri tempi non è la terra ad essere presente, ma il sistema creato dalla regione – quello delle piccole e medie imprese collassate su loro stesse dopo il 2008 – ad ingabbiarlo in una «ruota del criceto, che spero non sia ineluttabile, ma che di fatto lo ingabbia mentre lui stesso si mette i bastoni tra le ruote con le sue continue domande».
Il concetto di Veneto e provincia veneta sono sicuramente entrati nel linguaggio mainstream con recenti o meno recenti successi letterari (come Ginevra Lamberti e Giulia Scomazzon, Francesco Maino, e, tra i classici, Vitaliano Trevisan, oltre a Meneghello e Zanzotto), e con il film Le città di pianura. Ma quindi si può parlare di una “Veneto wave”?
Forse la speranza è che non sia solo un’onda, ma che sia l’inizio di una conversazione più ampia – geograficamente e non solo – sulla provincia, e farla uscire dallo stereotipo della triade «noia, nebbia e alcool. La provincia sembra ferma, ma non lo è: il suo movimento è semplicemente diverso, ma c’è”, dice Trevisan. Ovviamente non si può parlare di provincia senza parlare di dialetto, che per Trevisiol è stato un espediente – anche se traslato in italiano – per trovare «una lingua il più vicina possibile al parlato, anche se un editor, dopo la lettura dell’incipit, mi pregò di "non scrivere tutto il libro così". E in effetti il lavoro con l’editor mi ha anche aiutato, benché sia stata un’esperienza tosta per certi aspetti». Conferma la bontà del lavoro dell’editor, scherzando, Trevisan:
«La mia editor ha salvato il libro quando mi ha suggerito che la protagonista dovesse “farmi schifo” per essere realmente riuscita. E anche quando mi ricordava che certi inserti in dialetto non erano comprensibili per un pubblico italiano».
E a chi chiede del prossimo libro, il secondo per entrambi gli autori, l’una parla di speranza di riuscire a tradurre una storia in più voci frammentate, superando la prima persona; l’altro dichiara di non sentire la pressione perché non sente di «scrivere capolavori». E in fondo, anche queste risposte, che gli inglesi forse chiamerebbero understatement, in realtà è un atteggiamento “tutto molto Veneto”.