A Olga Tokarczuk il Nobel per la Letteratura
10 10 2019
A Olga Tokarczuk il Nobel per la Letteratura

Premiata insieme all'austriaco Peter Handke, è stata ospite a Festivaletteratura nel 2012

Dopo un anno di sospensione, il Premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Olga Tokarczuk – per il 2018 – e a Peter Handke per il 2019. Un doppio riconoscimento che pone nuovamente al centro del dibattito culturale planetario la letteratura e le sue molte anime – basti pensare all’articolata opera di Handke, oggetto di un documentario che presentammo a una delle passate rassegne di Pagine Nascoste – e che quest’anno ci emoziona ancora di più per aver avuto la fortuna di incontrare a Festivaletteratura (correva l'anno 2012) una scrittrice indimenticabile come Tokarczuk, già insignita nell'arco della sua carriera del Man International Booker Prize e di numerosi altri riconoscimenti.

Impostasi dalla fine degli anni Ottanta come uno dei massimi talenti della scena letteraria europea, l'autrice polacca, classe 1962, è una miniera di inventiva in buona parte ancora poco nota ai lettori italiani. I più fortunati hanno avuto modo di imbattersi nelle traduzioni di alcuni dei suoi racconti e romanzi, in particolare Casa di giorno, casa di notte, Nella quiete del tempo, I vagabondi e Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, un libro dotato di una «leggerezza calviniana di ritmo e di forma» che insieme ad altre opere fu il punto d'avvio dell’incontro mantovano tra l’autrice e Lella Costa, sua grande ammiratrice.

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L’Accademia di Svezia ha riconosciuto in questa voce del nostro tempo «un'immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita», in un momento in cui l’Europa, e il mondo, hanno un rinnovato bisogno di trovare nella profondità della parola e del racconto una risposta altrettanto appassionata a una violenza cieca e imprevedibile. Ci fa piacere chiudere, a questo proposito, ricordando il contributo con cui Tokarczuk ha arricchito il nostro Vocabolario Europeo, prediligendo tra le tante la parola Gniew (Rabbia), una scelta che a distanza di anni sembra quanto mai di cogente attualità. «Abbiamo paura della rabbia – scrive l'autrice – temiamo il caos che potrebbe determinarsi a causa del suo scoppio. La gran parte della nostra cultura è costituita da metodi per tenere sotto controllo la rabbia. Mi affascinano l’anatomia della rabbia, il processo della sua nascita e le traiettorie dei suoi scoppi. Mi affascina anche il pensiero orientale che dice che lavorare sulla propria rabbia porta alla saggezza».

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