Isole di silenzio: L'eremo di Viviana Rispoli a Savigno

26 4 2017

Isole di silenzio: L'eremo di Viviana Rispoli a Savigno

La III parte del lavoro scelto dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Come raccontare luoghi di solitudine lontani dal caos, spazi di raccoglimento che continuano a essere teatro di scelte radicali, per molti versi in controtendenza rispetto alla frenesia e alla distrazione di massa del nostro tempo? Isole di silenzio di Melissa Magnani è il lavoro scelto nel 2016 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo, il progetto pensato da Festivaletteratura per promuovere tra i più giovani il giornalismo narrativo e organizzato in collaborazione con LUISS Writing Summer School. La terza parte del reportage – pubblicato a puntate sul nostro sito – è la storia di Viviana Rispoli, una donna del Cairo che ha abbracciato la vita eremitica per sorreggere una chiesa abbandonata con la sua presenza.

IL SILENZIO È UNA PORTA APERTA
[di Melissa Magnani]

Alberi, strade, colline. Ancora prima di essere un volto, Viviana Rispoli è un campanile che si staglia tra le colline e il cielo. È un sentiero, tra erbe e campi. È una sagrestia, una chiesa. Una porta aperta. Abiti neri, un velo scuro sul capo, annodato dietro la nuca alla maniera ebrea. Viviana è occhi di dune e deserto, voce che accoglie. Mattina d'Aprile. Fiorisce il glicine davanti alla sua casa.

(caricamento...) [video in collaborazione con Matteo William Salsi]

L'amore per il silenzio nasce quando era ancora bambina. Viviana nasce a Città del Cairo. Primogenita. Madre egiziana e padre italiano. Nei suoi ricordi, il silenzio è una casetta per gli attrezzi. Erano i giorni dell'asilo in una vecchia dimora padronale, e Viviana andava a rifugiarsi in una piccola casa in pietra. Dentro non vi era niente, solo una sedia. Viviana, cinque anni, si sedeva. Rimaneva così, in silenzio. Per ore.

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Ora Viviana è l'eremita di San Giorgio. Ha attraversato molti chilometri per arrivare qui. Ed ora veglia sulla sua chiesa, abita la sua sagrestia. E nei suoi giorni, San Giorgio non è solo storia di devozione e santità. San Giorgio è un destino.
«È come se io da prima dei secoli dovessi arrivare qui. È un posto assegnatomi da sempre. È dedicato a San Giorgio. E mia madre da giovane ebbe un'esperienza molto particolare. Sognò di vedere una chiesa, di provare ad entrare in questa chiesa, ma di trovarla chiusa. Una donna le si avvicinò con una chiave e disse: se vuole, gliela apro. Mia madre aprì la chiesa. E dentro vide una grande immagine di San Giorgio, davanti al quale accese una candela. Qualche giorno dopo aver fatto questo sogno, vide una chiesa come quella che aveva sognato. Fece per entrarvi, ma era chiusa, una donna le si è avvicinata, le ha detto: se vuole ho la chiave. Mia madre è entrata in chiesa e davanti all'immagine di San Giorgio ha acceso una candela. E mia madre per tutta la vita si è chiesta che senso avesse questo sogno. Dopo un anno che mia madre è morta, io sono entrata in questa chiesa, dedicata a San Giorgio, per il mio progetto di vita».

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La via eremitica di Viviana è fatta di molte porte spalancate. Dal Nilo, fino alla sua casa, ora. Una porta dopo l'altra, una corrente che attraversa gli anni. Viviana abbandona il Cairo che è una bambina. Arriva in Italia. Poi gli anni come modella, la giovinezza, un'importante storia d'amore. Poi la Bibbia sempre in tasca. E l'Aprile 1993. Viviana alza lo sguardo e pensa: «Io vengo dal cielo». Ciò che accade dopo è una storia di segni e simboli. Segni di Dio nei ciliegi, nei campi di papaveri, e nelle tazzine del caffè, nelle case, nelle pagine del Vangelo, nell'incontro con un'anziana eremita di Spoleto. L'amore per la solitudine. Fino a qui.

Il silenzio di Viviana è una porta aperta. Aperta la porta della chiesa, aperte tutte le porte della sua casa. Fuori, la campagna. Dentro, volti di santi e libri aperti sulle pagine dei salmi. Ogni giorno Viviana intreccia antiche preghiere ebraiche, riti ortodossi e liturgie copte. Lascia ciotole d'acqua per terra. Tre gatti attraversano i corridoi, le stanze. Saltano sui tavoli, riposano sotto le sedie. Sugli stipiti di tutte le porte vi è inchiodata una preghiera. Una parola: Shema'. E altri versi da ripetere sottovoce, da pronunciare all'alba e appena prima del sonno. Frasi bibliche, comandamenti, benedizioni da tenere addosso. Pezzi di cielo. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

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Ovunque, silenzio.
«Silenzio per poter pregare, silenzio per poter sperare, silenzio per far gridare il cuore, silenzio per poter discernere i pensieri da accogliere e quelli da fermare. Silenzio per difendersi, silenzio per combattere ed attaccare, silenzio per inviare benedizioni, silenzio per inviare messaggi e ammonimenti santi. Silenzio per guardare il cielo e tutto quello che ti circonda con gli occhi di Dio, mentre tutto ti sussurra: ti amo».

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Dove vi era un pollaio, Viviana ha costruito una cappella. Per entrarvi, una piccola porta di vetro. Bisogna chinarsi, bisogna inginocchiarsi, è quasi sottoterra. Dentro: spighe di grano, candelabri, Madonne barocche, Madonne ortodosse, tappeti. Le pareti sono pietre e nicchie. È qui che Viviana viene, di notte, e prega. È qui che vive il silenzio nelle ore notturne. Come dentro una grotta in Oriente.
«Silenzio, che amo più della musica più bella. La musica in un certo senso si prende l'autorità di guidare e sollecitare il tuo cuore a delle emozioni, il silenzio invece è così maestoso, così ampio, così rispettoso. Ti lascia libero il cuore, libero di nutrirsi di armonie ancora più alte».
Il silenzio dentro la cappella di Viviana ha la consistenza della roccia. Saldo e integro. Fatto di sguardi ovunque, sulle pareti. Volti di Madonne e Santi, volti di Cristo. Non è solitudine, il silenzio, qui. È quiete e preghiera. È presenza.
«Il silenzio vissuto in Dio ti guarisce, sana le tue ferite più di qualsiasi medico del corpo e della mente, il silenzio ti dà riposo e ti mette al riparo dalla rissa delle lingue e ti rincentra ridonandoti energie e forze nuove. Ridonandoti Dio».

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Per pregare, Viviana inventa parole nuove. Scrive sue invocazioni. Piccole preghiere, come poesie. Le appunta su un piccolo libro. Accoccolata davanti al fuoco, con la gatta nel petto che sembra una bambina, e Gesù nel cuore. Le ripete con voce sottile. Quando ti sei svelato ho conosciuto il tuo amore, i miei occhi hanno visto quello che noi chiamiamo la natura come un grandioso miracolo, fantasioso e superbo regalo fatto da Te agli uomini. Di tutta la magnificenza che la tua mano ha creato, alle zebre ho pensato. E ho gioito per quanto ti sei divertito. Le preghiere di Viviana hanno una forma, una sagoma, sono immagini. Si vestono di richiami, ricordi, pezzi di quotidianità. Ascoltando la sua voce, o inseguendo l'inchiostro della sua penna, si possono vedere squarci di vita, istanti, mandrie e zebre.

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Silenzio e memoria, silenzio e identità.
«Silenzio per conoscere chi sei, e cioè divino, perché senti di essere da Lui conosciuto, abitato, silenzio per captare il sogno che Lui ha su di te, sogno che solo in Lui puoi scoprire e ti sorprendi per quanto superi infinitamente tutti i sogni che credevi di avere».
Viviana ha un sogno ed un grande progetto. Aprire le chiese chiuse, le chiese abbandonate. Spalancarne le porte, e farne rifugio di eremiti. Viviana, insieme a Don Augusto Modena, parroco di Savigno, ha dato un nome a questo progetto: Eremiti con San Francesco. E subito, a pronunciarne il nome, viene in mente l'affresco di Giotto, la sagoma di San Francesco che sorregge una chiesa che sta per cadere. Viviana vuole portare eremiti nelle chiese vuote, per sorreggerle, illuminarle. Quando parla della sua casa, dice
«Questo è il quartier generale».
La sua casa è la base, per trovare, arruolare persone adatte a seguire la via del silenzio. Persone che hanno sperimentato i fallimenti e la salvezza, la preghiera. Capaci di non scandalizzarsi di nessun dolore o colpa. Capaci di vivere la solitudine, di accogliere chi ha bisogno. Viviana vuole affidare ad ognuno di loro una chiesa abbandonata – come a porgere una chiave, e dire: se vuoi, posso aprirla. Come un sogno iniziato molti anni fa, in Egitto. E che oggi trova qui, nella porta aperta di San Giorgio, il suo destino.

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Meglio di un Romanzo rientra nelle azioni del progetto Diciotto+, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo.

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