L'ultimo dei giostrai: Storia di Jotty

19 3 2018

L'ultimo dei giostrai: Storia di Jotty

La seconda puntata del lavoro di Alice Facchini e Daigoro Fonti, scelto nel 2017 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Il luna park è il riflesso di una comunità sospesa nel tempo, un luogo con tanti specchi, che accanto all'immagine dei visitatori lascia trasparire i volti e le storie dei giostrai, con tutto il loro carico di tensione tra nomadismo e sedentarietà, sogno e mestiere, modernità e tradizione. Come si organizza questa comunità? Quali riti scandiscono l'esistenza dei suoi protagonisti? "L'ultimo dei giostrai" di Alice Facchini e Daigoro Fonti è il lavoro scelto nel 2017 dalle giurie dei pitching in piazza di Meglio di un romanzo, il progetto pensato da Festivaletteratura per promuovere tra i più giovani il giornalismo narrativo, organizzato in collaborazione con LUISS Writing Summer School. La seconda puntata del reportage (leggi qui l'introduzione del lavoro e la Storia di Sharon) è costruita come un dialogo a distanza tra Jotty, operaio tuttofare del Luna Park, e Daigoro. Il loro è un legame di vecchia data, lavorativo e nel contempo familiare. Perché il luna park è anche questo, una carovana umana in cui lavoro, amicizia e legami familiari si intersecano di continuo e si completano a vicenda.

JOTTY PAGÍ
[di Alice Facchini e Daigoro Fonti]

Le giostre del luna park sembrano navicelle spaziali, verniciate di colori accesi e lucidate fino a brillare. Ma se le si guarda da sotto, al di là di questa crosta sgargiante si trova un labirinto di bracci meccanici, un groviglio di cavi, bulloni, circuiti, senza i quali lo spettacolo non andrebbe in scena. È in mezzo ai fili elettrici e alle viti, così perfettamente incastrato da sembrare quasi parte di quel meccanismo, che sta Jotty. Ha una tuta sporca di grasso e sta armeggiando con un cacciavite. Infilato sotto la giostra, lavora nella penombra, in pochi lo possono vedere. Jotty è indiano e lavora come operaio per la famiglia di Daigoro. È il pagí (che in indiano significa "grande fratello" o "mastro" in base alla situazione), il tuttofare: di giorno si occupa delle manutenzioni e di sera stacca i biglietti ai clienti. Come la giostra, anche lui ha due facce: una diurna e una notturna, una sporca e brutale, l’altra luccicante e confortevole. Jotty non si definisce giostraio, ma da quasi vent’anni vive con loro, tanto che è entrato a far parte di questa comunità viaggiante.

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Jotty: “La prima volta che ho visto un luna park è stato in Sicilia. In India i luna park non si spostano, restano fissi nelle grandi città. Nel mio paesino nella regione del Punjab non sono mai arrivate le giostre, l’unica cosa che conoscevo da piccolo era il circo. La prima volta che sono salito su una giostra ero adulto ed ero appena arrivato in Italia: è stata un’esperienza strana, diversa”.

Daigoro: “Non mi ricordo il momento in cui Jotty è arrivato, ero molto piccolo. Con il passare degli anni mi ha visto crescere e ormai fa parte della famiglia. Nonostante questo, non si può definire ‘giostraio’ perché non ha una giostra di sua proprietà: è un operaio, quello che una volta si chiamava ‘galuppo’ in antico gergo giostrante, anche se oggi questo termine non si usa più”.

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Jotty: “In India facevo il contadino, lavoravo nelle risaie insieme a mio padre. Un giorno, un mio amico mi ha proposto di seguirlo in Italia, dove già faceva l’operaio in un luna park. Era da un po’ che volevo scoprire altri paesi, ma non sapevo come muovermi: quella era la mia occasione”.

Daigoro: “Spesso gli operai arrivano da noi per passaparola: se un giostraio ha bisogno di manodopera lo dice all’operaio, che porta altri amici a lavorare. Così è successo anche a Jotty. Di solito sono stranieri, soprattutto rumeni, indiani e pakistani. Gli italiani che accettano di fare il sacrificio di questo mestiere sono rari, preferiscono il posto fisso. È vero che anche questo è un posto fisso, però è un posto fisso che cammina”.

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Jotty: “Ci sono anche altri indiani che lavorano come operai nel luna park, siamo una piccola comunità. Ognuno ha la sua roulotte, ma di fatto siamo sempre insieme. Spesso cuciniamo cibo indiano e lo facciamo assaggiare, ma non a tutti piace perché è molto piccante”.

Daigoro: “A volte anche noi abbiamo provato a cucinare alcuni piatti indiani, come il chapati, una specie di piadina più piccola. Ma devo dire che non ha attecchito molto e la cosa che mangiamo più spesso rimane, da bravi italiani, la pasta”.

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Jotty: “Questo lavoro mi piace, non è troppo faticoso e la paga arriva puntuale. E poi ho l’occasione di girare e di stare a contatto con le persone: ormai, dovunque vada, conosco tutti. La Sicilia è bellissima, i siciliani sono tutti belli, soprattutto le donne”.

Daigoro: “Di solito gli operai restano qualche anno e poi se ne vanno, sono pochi quelli che rimangono così a lungo. Jotty ormai è un mastro, ha più esperienza di me. Al di là del fatto che io sia figlio del proprietario, lui ha lavorato da molto più tempo nel mestiere. Quando è arrivato non sapeva fare granché, ma pian piano mio padre gli ha insegnato e oggi conosce la giostra meglio del palmo delle sue mani”.

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Jotty: “I giorni più pesanti sono quelli in cui si monta e si smonta la giostra, per il resto il lavoro è tranquillo. Di sera stacco i biglietti e parlo con la gente, è così che ho conosciuto mia moglie. Adesso ho due figli, di tre e sei anni, vivono a Caltanissetta con la mamma, e quando possono mi vengono a trovare. Ora ho una roulotte molto grande, ci stiamo tutti”.

Daigoro: “Quando Jotty ha messo su famiglia, mio padre ha deciso di dargli una roulotte più grande, per permettergli di ospitare tutti. Il 19 febbraio finalmente Jotty si è sposato, e io ho fatto il fotografo ufficiale di nozze. Il luna park è così, è una fittissima rete di relazioni, anche i figli dei giostrai e i figli degli operai crescono insieme, proprio come in una grande famiglia”.


Immagine di copertina e foto di Daigoro Fonti.

Puntate pubblicate:
L'ultimo dei giostrai: introduzione
L'ultimo dei giostrai: Storia di Sharon

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