Sotto sfratto: Non chiamatemi "Ismail"

4 4 2019

Sotto sfratto: Non chiamatemi "Ismail"

La terza puntata del reportage di Francesca Cicculli, scelto nel 2018 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Esiste un luogo, a Roma, dove è andata creandosi una comunità di rifugiati politici aventi diritto alla protezione internazionale. Sfrattati senza preavviso dalla casa in cui abitavano da più di dieci anni e costretti a vivere per strada fino a un nuovo sgombero il 3 ottobre 2018, in un'estenuante trattativa con il Comune e le istituzioni, i rifugiati di via Scorticabove sono oggi il segno vivente di paralisi politiche, contraddizioni sociali e aneliti esistenziali che nella dimensione locale trovano la loro massima espressione. Quale sarà il destino di padri, figli, lavoratori, disoccupati, studenti e sognatori dopo lo sgombero? Quali identità si nascondono dietro l'etichetta di "rifugiati"? Sotto sfratto di Francesca Cicculli è il reportage scelto a Festivaletteratura 2018 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo (qui l'introduzione del lavoro, la prima e la seconda puntata). Protagonista del terzo episodio è Ismail, la cui storia, simile a quella di altri rifugiati politici del Darfur, è lo specchio di una continua ricerca di normalità.

NON CHIAMATEMI "ISMAIL"
[di Francesca Cicculli]

Ismail Mohammed viveva nel Darfur e vendeva scarpe. Oggi è Ciccio, ha quarantanove anni e con la sua bancarella gira tutta Roma, attento a non superare il perimetro di suolo pubblico che ha già pagato.
«Non posso andare oltre questo lampione» mi dice mentre costeggiamo le macchine parcheggiate. Si ferma, con l’indice traccia in aria un confine e aggiunge: «Io lavoro qui».
Siamo tra Villa Gordiani e la Prenestina. Lo stradone dove ci siamo incontrati è quello del mercato coperto. Le bancarelle devo immaginarmele perché è domenica ed è tutto chiuso.

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Anche il Parco è chiuso: l’ordinanza della sindaca dice di stare lontani dagli alberi perché potrebbero crollare per il troppo vento. Qualcuno però ha rotto il nastro che bloccava l’ingresso e decidiamo di unirci ai romani sprezzanti del pericolo.
La prima cosa che mi racconta è che non lavora solo in questa zona: vende scarpe in quasi tutta Roma, ogni giorno un quartiere diverso.
«Io non so stare senza fare niente, non voglio rimanere a casa senza motivo». In Sudan, oltre che vendere scarpe, ha studiato Primary Health Care (PHC): un programma medico pensato per i più poveri, che prevede l’accesso facilitato alle cure e a tecnologie avanzate, ma anche programmi di informazione e prevenzione.
Come gli altri è arrivato in Italia dopo lo scoppio del conflitto in Darfur e da quel giorno dice di non aver avuto mai problemi: «L’unico errore che ho fatto quando sono arrivato è stato quello di dire che parlavo sia arabo che inglese. Mi hanno chiesto di scrivere su un foglio il nome di tutti quelli che erano arrivati con me e io ho messo il mio in cima alla lista. Da quel momento, per qualsiasi problema, urlavano: Ismail Mohammed! Ismail Mohammed!».
Oggi si gira solo se lo chiami Ciccio.

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Di quel 26 marzo 2003 sembra ricordare tutto: «C’è un’intervista da fare prima di richiedere l’asilo politico. Io l’ho fatta con un ragazzo iracheno che doveva farmi da interprete, solo che non parlava la mia lingua. Il nostro arabo è diverso. Gli ho chiesto di parlarci in inglese, ma lui ha insistito perché parlassi in arabo. Il risultato è stato che il giudice non mi ha concesso subito l’asilo e ho dovuto rifare la richiesta più di una volta».
Mentre Adambosh mi ha raccontato la vita della comunità dopo gli sfratti di luglio e ottobre 2018, Ciccio mi parla della comunità sudanese prima di arrivare in Via Scorticabove.
Il primo anno a Roma hanno vissuto all’Hotel Africa: l’ex magazzino dei ferrovieri vicino alla Stazione Tiburtina. Soprannominato così dai giornalisti per via della composizione degli alloggianti (non solo sudanesi, ma anche etiopi, eritrei, algerini e marocchini), il magazzino non aveva affatto le comodità di un hotel: senza elettricità, senza luce, senza acqua. Per loro, all’inizio, era solo un kherpa, che vuol dire: “posto abbandonato”, poi è diventato quasi una piccola città nella città, con ristoranti, bar, luoghi di preghiera e di ritrovo, ma anche un barbiere, una lavanderia e una scuola di italiano: tutto autogestito dai migranti, fino a quando il Comune ha deciso di sgomberarli.
Era il 2004, al Campidoglio sedeva Walter Veltroni e la politica attuata fu la stessa che, quattordici anni dopo, i sudanesi vedranno riproposta a Via Scorticabove, sotto un’altra amministrazione. Il kherpa fu sgomberato con la scusa di voler dare una sistemazione più dignitosa ai richiedenti asilo, ma in realtà era una misura necessaria a fare di Tiburtina il nuovo snodo ferroviario dell’Alta Velocità e l’interramento della Tangenziale Est. Il trasferimento degli occupanti fu coordinato da Luca Odevaine, allora vicecapo di gabinetto di Veltroni, poi condannato per Mafia Capitale.
«Nessuno ci disse dove andare e noi sudanesi non volevamo occupare un altro edificio: ci vuole rispetto da entrambe le parti, se dovevamo entrare in una nuova casa volevamo farlo passando dalla porta». Hanno contrattato a lungo con il Comune, che anche in quell’occasione ha provato a dividerli. Alla fine hanno ottenuto l’immobile in Via Scorticabove, ristrutturato appositamente per ospitarli tutti e centoventi.
La struttura doveva essere, come sponsorizzava il sindaco, il primo esempio di autogestione dei migranti ma, quando arrivarono, i sudanesi trovarono l’Arciconfraternita, la quale, a sua volta, aveva affidato l’appalto per la gestione del centro d’accoglienza alla cooperativa “Casa della Solidarietà". Di queste convenzioni tra Comune e Cooperative non c’è mai stata traccia: spesso i sudanesi hanno richiesto di poter visionare i documenti, ma non li hanno mai visti.

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Nella nuova casa, le condizioni della comunità non cambiarono: anche lì niente gas, né acqua calda o riscaldamento. A forza di proteste ottennero di non avere più orari di uscita e di rientro, di poter cucinare e i termosifoni accesi in tutta la struttura.
Ciccio specifica: «Loro non facevano niente. Si tenevano anche i soldi che il Comune gli dava per noi. Le spese erano tutte a carico nostro».
Nel 2015 “La Casa della Solidarietà” appare nell’elenco delle cooperative coinvolte in Mafia Capitale e perde ufficialmente la gestione dell’immobile di Via Scorticabove.
«Queste cose non dovrebbero succedere: nessuno dovrebbe rubare i soldi destinati all’accoglienza. Ma lo sbaglio è stato anche dello Stato: tu non puoi affidare le tue strutture ad altri e poi non mandare nessuno a controllare. Questa è stata la loro fortuna: nessuno è mai venuto a controllare, loro hanno intravisto una possibilità e hanno mangiato tutto quello che potevano mangiare».
Dopo l’inchiesta è tornato il Comune e gli ha detto che potevano rimanere lì pagando l’affitto: «Ma erano 15.000 euro al mese, come facevamo? Comunque sono andati via e non sono più tornati. Noi abbiamo continuato a pagare le bollette fino al 2018, fino a quando… Io quel giorno lavoravo al Vaticano, mi hanno chiamato al telefono per dirmi che ci stavano sbattendo fuori. Ma io me lo immaginavo. Da subito avevo detto ai ragazzi che dovevamo trovare una soluzione, che dovevamo andare a parlare con il Comune anche se non ci avevano detto più niente. Mica ti lasciano una casa così, senza pagare l’affitto. Loro però continuavano a ripetermi che non potevano farci niente perché avevamo il permesso di soggiorno e, come rifugiati politici, era un nostro diritto avere una casa. E comunque ci avrebbero avvisato in tempo, prima di sgomberarci. Quando quel giorno sono tornato dal lavoro, verso le 15, e li ho visti tutti fuori, gli ho detto, scherzando: “Avete perso il permesso di soggiorno che state tutti fuori?”, e loro non mi hanno risposto, si sono arrabbiati».

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Ciccio ride di gusto, ma poi torna a raccontare della resistenza in strada iniziata appena hanno scoperto che l’unica proposta dell’Assessore Baldassarre era di dividerli. Il pezzo di storia che già ho sentito e raccontato.
Lui adesso abita con altri dodici ragazzi sulla Prenestina.
«La situazione non è tanto bella, ma neanche tanto brutta. Comunque è sempre meglio del Sudan. Lì puoi vivere solo se cammini con la testa sotto terra, se la alzi e ti opponi al governo ti arrestano o ti uccidono. Non ci sono diritti umani».

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«Certo, quei mesi per strada, a Via Scorticabove, ci siamo arrabbiati, eravamo affaticati, abbiamo pianto e abbiamo riso, ma questa è la vita: sai che non ci sarà sempre il dolce e che c’è anche un po’ di amaro».
Del dopo sfratto Ciccio mi consegna una versione che non mi aspettavo. È convinto che la sua vita non sia cambiata, ma sa che non è così per tutti: mi racconta, in particolare, di un ragazzo con problemi mentali a cui nessuno è riuscito a trovare una sistemazione e di cui non sa più niente, ma è convinto sia tutt’ora in difficoltà. Un altro sudanese è stato invece allontanato dalla stessa comunità perché assumeva droghe e «non c’era posto per lui tra noi». Sa che la sorella era venuto a prenderlo dall’America, ma lui non l’ha voluta seguire: «È andato all’Ex-Penicillina, ma non so dove sia, ora che hanno sgomberato anche quello».
Per lui, che ha quasi cinquant’anni, non c’è più il sogno di una casa comune in cui la comunità possa tornare a vivere insieme, o almeno, non è la prima cosa che desidera. «Sento di voler sistemare la mia vita, di mettere su famiglia magari, e ovviamente questo non posso farlo continuando a vivere con altri cinquanta uomini. Io ora per la mia vita sogno piuttosto di potermi spostare quando e come voglio dall’Italia al Sudan. Quando il Sudan sarà libero per tutti i sudanesi e non sarà nelle mani di chi gioca come vuole a seconda dei suoi interessi, sogno un passaggio libero, un Sudan democratico. E, quando arriverà quel momento, credo che Italia e Sudan dovrebbero fare molte cose insieme: il Sudan è una paese che si sta sviluppando industrialmente e dovrebbe esserci collaborazione».

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Ora che la rivoluzione ha riacceso le speranze di veder cadere il regime di Al-Bashir, in cima alla lista dei desideri dei sudanesi c’è il loro Paese. Non è più una casa a tenerli uniti, ma la lotta, anche se la loro si consuma a distanza: «La rivoluzione ci ha permesso di rivederci nelle varie proteste che abbiamo organizzato davanti all’ambasciata: non sono venuti tutti, ma non possiamo forzarli».
In Sudan, Ciccio ha tutta la famiglia: la madre, molto anziana, vive nella Capitale, dove ci sono le proteste più forti. Le due sorelle e i sei fratelli, invece, vivono in altri villaggi, ma sono comunque loro, insieme agli amici, a tenerlo informato costantemente. Il resto della rivoluzione passa su Twitter.
«Il governo di Al-Bashir non ha solo distrutto il Sudan, lo ha venduto al resto del mondo. È un paese grande quattro volte l’Olanda e, credo, il terzo al mondo per risorse minerarie, ma non abbiamo mai avuto un Presidente che avesse senso civico e fosse in grado di governare bene, per amore dei cittadini. Dobbiamo riattivarci e ricostruire tutto. Questo governo ha separato famiglie, tribù, villaggi. Dobbiamo cancellare questa mentalità. Tutti siamo cittadini e basta. Non ci sono differenze tra bianchi e neri. Per chi fa propaganda non deve esserci posto e tempo.
Io vorrei davvero che il Sudan tornasse come quando ero bambino, quando si dava da mangiare anche agli sconosciuti e, se non c’era abbastanza cibo, si prendeva un agnello e si uccideva sul momento pur di fare una bella cena per gli ospiti».
Secondo lui la mentalità di un popolo cambia a seconda di come viene governato. Da quando il Sudan è diventato indipendente, dice, è sempre stato governato dalle stesse piccole famiglie. La gran parte dei sudanesi è rimasta fuori dalla guida del loro Paese.
«La rivoluzione di adesso vuole cambiare tutto questo. Ci vorrà un po’ ma il Sudan non sarà più quello delle storie che abbiamo sentito fino a oggi».
Ha le idee chiare anche sul destino di Al-Bashir: «Ha commesso dei crimini contro l’umanità, ma quando cadrà, non deve essere mandato in Olanda. Deve morire nelle carceri sudanesi, lì dove ora ci sono tutti quelli che ha fatto arrestare mentre manifestavano: cittadini, attivisti, studenti, professori e donne. Ha usato armi chimiche contro il suo popolo: non merita altro».

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Anche Ciccio, come lo era Adambosh, è convinto che il regime crollerà, ma lui non tornerebbe comunque in Sudan. Quello che vuole è solo la libertà di poter andare a trovare la sua famiglia quando e quanto vuole. Lui che si sente sia sudanese che italiano, che ormai non si gira più se lo chiamano Ismail, mi ripete che vorrebbe che i due Paesi collaborassero: «Noi come africani abbiamo una terra che è come una porta aperta: chiunque viene e può fare investimenti. Ci sono tantissimi progetti di collaborazione internazionale. Io con la mia poca lingua italiana potrei aiutare gli italiani a guadagnare in Sudan e viceversa. Io sono italiano e sudanese, non sono né solo una cosa né solo un’altra. Non devono esserci queste divisioni, non dobbiamo insegnare questo ai bambini. Non è il tempo di questa mentalità. Dobbiamo diffondere l’idea che siamo tutti umani e basta. Dio non ti chiederà se sei nero o bianco, Dio ti chiederà cosa hai fatto nella tua vita. E così dovrebbe essere. Questo è quello che voglio».
Ciccio è chiaro anche sul futuro dell’Italia: deve cambiare atteggiamento verso gli immigrati. Dice che dopo l’approvazione del Decreto Sicurezza è cambiata la voce di Roma. Se ne è accorto al lavoro: ora gli italiani sono più scostanti, gli anziani specialmente. Dice di sentirsi minacciato, che gli sembra di essere tornato a Khartum.
«L’hanno fatta passare come una legge sulla sicurezza ma è una legge contro i neri. Se vai nella zona di Piazza Vittorio ci sono quelli che spacciano davanti ai poliziotti e non gli dicono niente perché sono bianchi. Quella non è sicurezza? Io dico che è giusto che ogni Paese si dia le proprie regole e che investa sulla propria sicurezza, ma certe cose vanno fatte con prudenza, pensando al lungo periodo. Se tu fai crescere nelle persone certe fantasie, un certo atteggiamento, poi non è così facile cambiarlo. Le leggi sono giuste e tutti dobbiamo rispettarle, senza distinzione di colore, ma se continuiamo a fare differenze tra bianchi e neri, se si fa passare il razzismo come messaggio, noi dobbiamo tenere sempre alta l’attenzione, sia se decidiamo di rimanere qui sia se ce ne andiamo in giro per il mondo».

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Ciccio dice di non aver mai avuto problemi, ma che altri ragazzi gli hanno raccontato che, sempre più frequentemente, i controllori dell’Atac salgono sugli autobus e chiedono i documenti solo ai ragazzi di colore. Succede anche nei bar o in altri luoghi pubblici, con le Forze dell’Ordine. Per lui i controlli sono giusti, dice che è il loro lavoro, ma invita tutti a riflettere sul perché il 70% dei controlli viene fatto a chi ha la pelle nera.
«Molti mi hanno detto che devo ringraziare Salvini per questi comportamenti. Ma lui fa solo il suo lavoro. Io non devo ringraziare lui, ma il popolo italiano che lo ha votato».
Mi dice che il Decreto Sicurezza va cambiato, che bisogna investire sull’educazione delle nuove generazioni trasmettendo le idee giuste.
«L’Italia non è un Paese piccolo, è un Paese che cresce, che ha una democrazia forte, ma se in questo paese democratico entra la propaganda, questa distrugge tutto. Quello che io voglio è che tutti nel mondo siano più chiari e sinceri, come diceva Nelson Mandela: bisogna essere sinceri prima con se stessi e poi con gli altri. Se tu non sei sincero con te stesso e fai propaganda, propaganda non va lontana».

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Prima di salutarci mi chiede di fargli un favore: «Voglio che tu scriva una cosa: siamo africani, è vero; siamo sudanesi, è vero, ma non siamo venuti qui per spacciare, per drogarci, per rubare, per vivere gratis. La gente deve capire questo. Io non voglio essere uguale a voi, io sono nero, e questo non posso e non voglio cambiarlo. Sbagliano quelli che mi pregano di non dire che sono nero perché tanto siamo tutti uguali. Non è vero: io vivo in strada, mentre quelli che vengono a comprare alla mia bancarella fanno ufficio-casa, casa-ufficio. Quindi no, non siamo tutti uguali, non dobbiamo dire questo. La soluzione non è dire che siamo tutti uguali, la soluzione è dire che siamo diversi, ma questo non deve permettere a nessuno di considerarci inferiori. Nessuno deve trattarci come non meritiamo. In nessuna parte del mondo».

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